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Petrolio, così per la Russia (e per l’Opec) diventa più facile barare sui tagli

Gli alleati esterni all’Opec hanno ottenuto di escludere i condensati dal calcolo della produzione al fini dei tagli. Ma ci sono molti aspetti ancora poco chiari, a cominciare dalla nuove quote produttive, che non si conoscono. E poi la definizione di condensati non è mai stata univoca e si è già prestata a contestazioni, nell’Opec e non solo

di Sissi Bellomo

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Gli alleati esterni all’Opec hanno ottenuto di escludere i condensati dal calcolo della produzione al fini dei tagli. Ma ci sono molti aspetti ancora poco chiari, a cominciare dalla nuove quote produttive, che non si conoscono. E poi la definizione di condensati non è mai stata univoca e si è già prestata a contestazioni, nell’Opec e non solo


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L’Opec in apparenza ha archiviato facilmente la questione dei condensati, ma concedendo alla Russia e agli altri alleati di escluderli dal calcolo delle quote di produzione di petrolio potrebbe aver creato proprio quella «scappatoia» ai tagli che il ministro saudita Abdulaziz Bin Salman ha respinto come una fantasia di «cinici analisti».

Non solo per Mosca, ma anche per gli altri Paesi della coalizione (persino quelli membri dell’Opec), d’ora in poi sarà più facile aggirare i limiti di estrazione, venendo meno agli impegni.

Barare è una vecchia abitudine all’interno del gruppo: nei sessant’anni di storia dell’Organizzazione degli esportatori di greggio non c’è mai stato un periodo in cui tutti rispettassero al 100% le proprie quote. Ma oggi il rischio è che un inganno troppo plateale faccia decadere l’intero accordo sui tagli: la decisione assunta venerdì dall’Opec Plus – secondo cui la riduzione ufficiale dell’output da gennaio salirà a 1,7 milioni di barili al giorno, spingendosi fino a 2,1 mbg con il contributo volontario dei sauditi – è infatti «condizionata alla piena conformità da parte di tutti i Paesi».

Le quotazioni del petrolio, che nell’immediato avevano reagito bene, ieri hanno arrestato la corsa: il Brent ha chiuso a 64,25 $/barile (-0,2%). Un’influenza negativa è arrivata dai dati sulla bilancia commerciale cinese, nel complesso giudicati poco incoraggianti per la salute dell’economia del gigante asiatico, benché abbiano evidenziato importazioni di greggio al record storico (11,18 mbg a novembre, +6,7% su base annua).

A smorzare l’entusiasmo per i tagli Opec Plus ha tuttavia contribuito anche la scarsa trasparenza su alcuni aspetti dell’accordo, in particolare su quanto attiene ai condensati. Alla conferenza stampa finale del vertice di Vienna non si è fatto cenno alla questione, benché sia stata cruciale nel determinare l’esito delle trattative.

Qualche chiarimento il Sole 24 Ore l’ha ottenuto dal ministro algerino Mohamed Akab, presidente Opec di turno nel 2020, secondo cui alla Russia e agli altri nove Paesi alleati è stato accordato lo stesso trattamento riservato ai membri dell’Opec: i condensati verranno «calcolati nello stesso modo» ed esclusi dai tetti di produzione, ma i tagli «non diminuiranno», anzi aumenteranno visto che da gennaio ci sarà una decurtazione extra di 500mila bg, di cui 131mila bg a carico proprio dei non Opec.

La coalizione tuttavia non ha diffuso un elenco delle nuove quote produttive, ma solo la ripartizione dei sacrifici aggiuntivi. Nel caso della Russia il taglio salirà di 70mila bg, che – se sommato al vecchio – farebbe 298mila bg. Ma è proprio così? E rispetto a quale base effettuerà il taglio?

La vecchia quota russa, pari all’output di ottobre 2018, era 11,193 mbg che ora scenderebbe a 11,123 mbg. Togliendo i condensati (795mila bg a ottobre 2018) si arriverebbe però a 10,328 mbg. Difficile pensare che Mosca abbia accettato un limite così basso, sia pure solo per il greggio “doc” e in cambio del via libera ad espandere a volontà l’estrazione di condensati (che produce in quantità crescenti dai giacimenti di gas).

Citigroup lo dice senza mezzi termini: stabilire il rispetto dei tagli diventerà «più complesso». «Il rischio è che si creino spazi di manovra perché i membri dell’Opec Plus aggirino le quote di produzione assegnate, poiché i numeri sulla produzione di greggio e di condensati non sono sempre chiari».

I flussi si possono mescolare negli oleodotti e nelle raffinerie. E comunque non esiste una definizione univoca, che consenta di distiguere con certezza che cosa appartenga a una o all’altra categoria, come ha mostrato anche l’aspro dibattito che negli Usa ha portato a liberalizzare l’export di greggio nel 2015 (il primo passo era stato accordare il permesso solo per alcuni tipi di condensati).

L’Opec nel 1989 aveva deciso di classificare come condensati tutti gli idrocarburi liquidi con un indice Api di almeno 50°, i più leggeri. Ma ci sono già state contestazioni al suo interno, le più recenti da parte della Nigeria, che pretendeva di escludere dai tagli la produzione del nuovo giacimento Egina, insistendo che fossero condensati benché il partner Total indicasse un Api di 27,5°.

Abuja potrebbe averla spuntata: l’Opec l’estate scorsa le ha alzato la quota produttiva, pur senza offrire spiegazioni in merito.

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