greggio ai massimi

Petrolio dall’Iran, giro di vite Usa: rischio sanzioni per 8 Paesi

di Marco Valsania


Iran: 'Italia e Grecia non ci comprano piu' il petrolio'

3' di lettura

NEW YORK - Basta con i waiver, con le deroghe al blocco dell’import di petrolio iraniano. L’amministrazione Trump ha deciso di dare un completo giro di vite alla stretta sul greggio di Teheran, con l’obiettivo esplicito di azzerarlo, annunciando che non rinnoverà alcuna delle esenzioni finora concesse a otto paesi, tra i quali l’Italia (gli altri sono Grecia, Taiwan, Cina, India, Turchia, Giappone e Corea del Sud), i quali potevano ancora ricevere quel controverso oro nero perché avevano dimostrato, agli occhi di Washington, d’aver compiuto significativi passi avanti nel chiudere i rubinetti iraniani. I waiver, della durata di 180 giorni, cioè di sei mesi, sono in scadenza il 2 maggio.

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La Casa Bianca ha illustrato la sua scelta in un comunicato odierno nel quale afferma che «l’amministrazione Trump e i nostri alleati sono determinati a sostenere e espandere la campagna di massima pressione economica sull’Iran per porre fine alle attività di destabilizzazione del regime che minacciano gli Stati Uniti, partner e alleati, e la sicurezza del Medio Oriente».

Resta qualche margine di incertezza sulla mossa: da chiarire è come e quando scatteranno sanzioni statunitensi per assicurare il rispettare il divieto. Vale a dire se verrà utilizzato qualche nuovo meccanismo per concedere periodi di grazia. Una questione aperta riguarda ad esempio le eventuali consegne di greggio acquistato in realtà durante il periodo delle deroghe.
Possibile flessibilità è stata suggerita dal Segretario di Stato Mike Pompeo: nel confermare la fine dei waiver - «non esisteranno più dal primo maggio»; «massima pressione significa massima pressione» - non ha escluso a priori limitate ulteriori esenzioni indicando di «non voler eliminare la possibilità» di quelle che ha definito alla stregua di transazioni «incidentali», di scarsa importanza. Ha sostenuto che gli Usa sono stati sempre «molto equilibrati» nel gestire la “pratica” iraniana. Ha tuttavia aggiunto che le sanzioni sono state efficaci, sottraendo dieci miliardi di dollari di entrate petrolifere a Teheran.

Parziale flessibilità o meno, le ripercussioni dell’azione, politiche e di mercato, non sono tardate. Numerosi degli otto paesi in questione, con la spada di Damocle del divieto americano, avevano in realtà già ridimensionato o di fatto cancellato il loro import dalla nazione mediorientale. Tra questi proprio l’Italia, stando alle stesse fonti americane: il Dipartimento di Stato nelle scorse settimane avevano citato tre nazioni sulle otto che quest’anno avevano ormai azzerato l’import messo all’indice e gli osservatori le avevano identificate come Italia, Grecia e Taiwan.

Ma la questione è potenzialmente diversa per i più grandi clienti di Teheran - la Cina, l’India e la Turchia - che contavano su un rinnovo delle deroghe. L’annuncio, con lo spettro di escalation delle tensioni geopolitiche, ha subito spinto le quotazioni del petrolio, già sostenute dalla crisi libica e da tempo in trend rialzista, ai massimi degli ultimi sei mesi, facendo scattare un rialzo in giornata di oltre il 2%: da inizio anno a oggi ha guadagnato il 41% per cento. L’amministrazione Trump ha minimizzato i rischi di uno shock economico: ha indicato che produttori quali Arabia Saudita e Emirati Arabi assieme agli Usa risponderanno adeguatamente alla «domanda globale». Più difficili da calcolare potrebbero però essere le conseguenze politiche. Pechino, impegnata nello sprint verso un possibile quanto delicato accordo commerciale con Washington, ha immediatamente denunciato le sanzioni unilaterali statunitensi affermando che la «cooperazione Cina-Iran è aperta, trasparenze e nel rispetto della legge e dovrebbe essere rispettata».
I giri di vite contro Teheran hanno anche creato protratte frizioni tra la Casa Bianca e l’Unione Europea: Washington ha deciso il blocco dell’import di greggio iraniano come effetto dalla decisione di Donald Trump di abbandonare l’accordo raggiunto con Teheran nel 2015 dalla precedente amministrazione di Barack Obama e dagli alleati europei; accordo che prevedeva la denuclearizzazione in cambio del disgelo economico.

Trump aveva affermato che era del tutto inadeguato. Pompeo ha ora indicato che gli Usa sarebbero disposti a trattare con l’Iran solo se il Paese verrà incontro a una lista di dodici requisiti americani, tra i quali la completa rinuncia al diritto di arricchire uranio per qualunque scopo, la cessazione del sostegno a gruppi quali Hamas e la fine delle minacce a Israele.

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