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Petrolio e armi, il paradosso dei due embarghi sulla Libia

Uno funziona piuttosto bene. L'altro, invece, è stato finora. un fallimento. Eppure sono entrambe risoluzioni approvate dalle Nazioni Unite. Ed entrambe sono rivolte allo stesso Paese: la Libia

dal nostro inviato Roberto Bongiorni


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(REUTERS)

4' di lettura

BERLINO - Nell’ex regno di Muammar Gheddafi sono in vigore almeno due embarghi internazionali. Uno riconosce solo al Governo di accordo nazionale di Tripoli il diritto di esportare il greggio ed il gas naturale estratto in Libia, attraverso la compagnia petrolifera di Stato (Noc).
È una risoluzione che finora è stata pienamente rispettata. Un embargo che ha finora funzionato nei confronti di chi ha provato ad infrangerlo.

Quasi tutte le volte che il Governo della Cirenaica, fedele al generale Khalifa Haftar, ha provato a vendere greggio per suo conto, le petroliere sono state subito fermate dalla marina internazionale. Emblematico fu il caso della petroliera battente bandiera nordcoreana Morning Glory ,con a bordo greggio caricato illegalmente in Cirenaica. Fermata dalla marina militare americana nel Mediterraneo, la petroliera fu rispedita al porto di partenza

L’embargo sulle armi (risoluzione 1970 e 1973 del 2011), invece, è un disastro. Blindati, razzi, artiglieria pesante. Perfino droni. Dai porosi confini della Libia, passa davvero di tutto. Alla luce del sole. E così l’ex regno di Muammar Gheddafi si ritrova oggi sommerso di armi che arrivano da oltre confine.

I generosi rifornimenti provenienti dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti sono destinati al generale Haftar, il signore della Cirenaica che ha conquistato gradualmente gran parte della Libia arrivando lo scorso aprile alle porte di Tripoli.

Le armi spedite in grandi quantità dalla Turchia sono dirette invece dirette al Governo di accordo nazionale di Tripoli, il solo riconosciuto dall'Onu.
Sulle sfondo il prosperoso contrabbando di munizioni nella grande regione desertica del Fezzan, che si affaccia su Algeria, Niger e Ciad. Qui i confini esistono solo sulla carta.

La determinazione a far rispettare l'embargo sulle armi
Come tante volte accaduto in altre crisi internazionali, l'embargo c'è. Non c'è, tuttavia, un meccanismo efficace per fare in modo che siano comminate sanzioni per chi non lo rispetta. Finora non sembra esserci stata nemmeno la volontà.

I plenipotenziari occidentali accorsi a Berlino per trovare una soluzione al caos libico sono consapevoli che, se si vogliono davvero fermare le ostilità, è necessario bloccare il flusso di armi che proviene dall'estero. Ecco perché, uno dei punti principali presenti bella bozza circolato gli scorsi giorni precisa che i Paesi partecipanti alla conferenza si impegnano a «rispettare inequivocabilmente e totalmente l'embargo sulle armi stabilito dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite 1970 e le successive risoluzioni del Consiglio, inclusa quella sulla proliferazione di armi dalla Libia e chiedono agli attori internazionali di fare lo stesso».

D'altronde tre giorni fa era stata la Cancelliera Angela Merkel in persona a sottolineare quanto questo aspetto fosse prioritario: «Alla Conferenza sulla Libia noi dobbiamo fare in modo che la priorità sia il rispetto dell'embargo, che è stato approvato a livello delle Nazioni Unite, ma sfortunatamente non mantenuto».

La risoluzione sull’export di greggio
La mossa a sorpresa del generale Haftar, messa in atto proprio alla vigilia del vertice, è stata la chiusura di cinque importanti terminali petroliferi in Cirenaica. Con questa iniziativa, circa il 70% dell'attuale produzione nazionale è paralizzata.

Haftar ha sempre accusato la compagnia petrolifera di Stato, la Noc, di mala gestione delle rendite petrolifere. Già nel 2015 aveva creato una Noc parallela a Bengasi. Che tuttavia non ha mai funzionato come desiderava. Le potenze occidentali hanno sempre impedito alla Noc di Bengasi di esportare petrolio indipendentemente da Tripoli. In base alla Risoluzione 2362 del Consiglio di sicurezza dell’Onu, approvata nel 2017 (che ne conferma una precedente) solo la Noc di Tripoli è considerata legittima e ha il potere di gestire le esportazioni di petrolio

La compagnia petrolifera di Stato trasferisce poi le rendite alla Banca centrale, che a sua volta le distribuisce ai due Governi rivali: quello guidato da Fayez al-Serraj, a Tripoli, e quello creato nel 2014, a Baida, in Cirenaica

Ma anche in questo caso il Governo della Cirenaica sostiene che la distribuzione da parte della Banca centrale è tutt'altro che equa. La risoluzione 2362 introduce anche nuove sanzioni; in particolare, aggiunge al divieto di esportare il petrolio grezzo quello di esportare prodotti petroliferi raffinati. Una misura introdotta con un preciso obiettivo; colpire le entrate dei gruppi armati nel Paese.

Se solo Haftar potesse conquistare Tripoli, e mettere le mani sulla Noc e sulla Banca centrale, le cose potrebbero cambiare. Forte dell’appoggio di Mosca, Paese con diritto di veto in seno al Consiglio di Sicurezza, e della “pazienza” finora mostrata da altre potenze internazionali, Haftar ambiva ad espugnare Tripoli.

Una missione internazionale in Libia?
Preoccupata che l’avanzata di Haftar possa trasformare la Libia in una nuova Siria, oggi la comunità internazionale è più compatta. Vuole che venga avviata una road map che includa una serie di tappe (tra cui il disarmo delle milizie e la creazione di un esercito nazionale) che dovrebbero portare alla creazione di un Governo di accordo nazionale rappresentativo di tutta la Libia.

Ma per avviare la road map occorre una tregua duratura. E perché il cessate il fuoco sia davvero rispettato, l’embargo sulle armi è il primo passo. Per fare in modo che venga realmente rispettato, qui, a Berlino, circola con insistenza l’idea di una non meglio precisata missione internazionale di interposizione, o di monitoraggio, a cui l’Italia sarebbe favorevole.
Un’iniziativa molto insidiosa. Che anche non pochi libici potrebbero non gradire.

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