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Petrolio, la guerra dei prezzi Russia-Arabia causa il maggior crollo dal 1991

Mosca e Riyad non risparmiano colpi. In una sola seduta il Brent è arrivato a perdere il 30%, scendendo fino a un minimo di 31 dollari al barile

di Sissi Bellomo


Coronavirus: l'affondo del petrolio

4' di lettura

Da un lato il coronavirus, che fa crollare la domanda di petrolio come non era mai accaduto prima nella storia. Dall’altro una guerra dei prezzi all’ultimo sangue fra i tre giganti dell’oro nero, Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti, che finirà per coinvolgere ogni altro produttore. Fiumi di greggio si stanno riversando su un mercato che per il momento non è in grado di consumarlo se non in minima parte, visto che gli aerei restano a terra, le fabbriche lavorano a rilento (quando riescono a farlo) e milioni di persone restano chiuse in casa per evitare il contagio.

A picco le quotazioni
Inevitabile che le quotazioni del barile vadano a picco, con una rapidità che non si era vista neanche dopo l’attacco alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, né tanto meno all’epoca del collasso di Lehman Brothers. Per ritrovare una seduta altrettanto nera bisogna risalire al 1991.

Il petrolio, che aveva già perso un terzo dall’inizio dell’anno a venerdì scorso, nella giornata di lunedì ha registrato punte di ribasso del 30%: una caduta vertiginosa, che ha provocato violente reazioni a catena su tutti i mercati finanziari). Il Brent è arrivato a scambiare a 31 dollari al barile, prima di risalire sopra 35 dollari, il Wti ha segnato un minimo di 27,34 dollari, livelli che non rivisitavano da febbraio 2016. È un mercato che fa soffrire qualsiasi produttore e le compagnie petrolifere stanno già pagando carissimo: lunedì in Borsa persino le major più solide e colossi di Stato come la russa Rosneft hanno accusato ribassi a doppia cifra percentuale e la capitalizzazione del settore si è ridotta ai minimi dal 1997. Alcune società dello shale oil, particolarmente deboli sotto il profilo finanziario, rischiano di azzerare il valore di listino: grandi nomi del fracking, come Occidental, Eog e Continental Resources, perdevano oltre il 40% a Wall Street, operatori più piccoli in qualche caso addirittura l’80%.

«The Donald» rompe il silenzio
Donald Trump non poteva rimanere a lungo in silenzio. «I motivi della caduta del mercato sono l’Arabia Saudita e la Russia che litigano su prezzo e flussi del petrolio e le Fake News!», ha twittato il presidente Usa. Le notizie false sono probabilmente quelle sui rischi del coronavirus, che Trump ha continuato a negare. «Bene per i consumatori, i prezzi della benzina stanno scendendo!», ha aggiunto il presidente in un secondo tweet.

L’analisi è giusta
Quanto allo scontro Mosca-Riyad sul mercato del petrolio, Trump non sbaglia. I due produttori si stanno ormai sfidando apertamente ed entrambi si preparano per una lunga guerra di trincea.

La Russia ha annunciato di essere pronta a bruciare tutte le riserve valutarie del fondo sovrano pur di non cedere terreno agli avversari e di essere in grado di resistere fino a dieci anni con il petrolio a 25-30 dollari. L’Arabia Saudita, secondo fonti di Energy Intelligence, ha iniziato a predisporre misure che la rendano in grado di fronteggiare anche una discesa del petrolio a 12-20 dollari al barile. Ci sarebbe persino uno scenario, definito «estremo», che contempla un prezzo inferiore a 10 dollari.

L’appello dell’Opec
Il ministro algerino Mohamed Arkab, presidente di turno dell’Opec, ha lanciato un appello a mettere da parte le divisioni per ritrovare un’intesa sui tagli di produzione: «Serve una rapida decisione per ribilanciare il mercato. Venerdì eravamo d’accordo sul fatto che l’assenza di decisioni sarebbe stata molto negativa per i produttori». Con i prezzi attuali, stima Reuters, i Paesi Opec stanno perdendo oltre mezzo miliardo di dollari al giorno di potenziali entrate.

Al momento però tra Arabia Saudita e Russia si assiste a una tale escalation di colpi, che è difficile immaginare una ricomposizione. Dopo il fallimento del vertice Opec Plus a Vienna, i sauditi nel fine settimana hanno applicato sconti di listino mai visti sulle forniture di greggio ai clienti di aprile. Sembra anche che Riyad si appresti ad accelerare la produzione, per riconquistare le quote di mercato perse negli ultimi tre anni, quando sopportava la maggior parte dei tagli produttivi Opec Plus.

Se i sauditi hanno sparato il primo colpo, era stata la Russia a dichiarare la guerra dei prezzi, forse con l’obiettivo primario di costringere alla resa gli Stati Uniti dello shale (sia il petrolio, quanto il gas, che insidia sempre di più i mercati serviti da Mosca).

A far saltare l’intesa all’Opec Plus è stato il tentativo dell’Arabia Saudita di costringere di fatto Mosca a ulteriori tagli di produzione. Il ministro russo Alexandr Novak, abbandonando il vertice venerdì scorso, ha dichiarato che da aprile «non ci saranno più restrizioni a produrre né per l’Opec né per i Paesi non Opec».

La mossa della Banca centrale russa
Mosca si è spinta oltre. La Banca centrale russa ha smesso di sostenere il rublo (che è crollato ai minimi da 4 anni, regalando maggiore competitività all’export di idrocarburi) e il ministero delle Finanze ha annunciato che, se necessario, il fondo sovrano sarà svuotato: i 150 miliardi di dollari in cassa al primo marzo sono «sufficienti a coprire le entrate mancate se il prezzo del petrolio scende a 25-30 dollari al barile per 6-10 anni».

PER APPROFONDIRE:
La guerra dei prezzi fa precipitare il petrolio del 30%
Petrolio, si spezza l’asse Mosca-Riad: niente tagli dall’Opec Plus

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