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Petrolio indifferente di fronte ai mille focolai di rischio geopolitico

Dopo aver frettolosamente archiviato gli attacchi in Arabia Saudita, il mercato petrolifero è rimasto freddo anche di fronte all’offensiva turca in Siria, che infiamma ulteriormente lo scacchiere mediorientale. Non solo. Da giorni l’Iraq – secondo produttore dell’Opec – è scosso da violenze che hanno fatto oltre cento morti. E i disordini in Ecuador hanno messo fuori uso un quinto della produzione di greggio del Paese

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

4' di lettura

Dopo aver frettolosamente archiviato gli attacchi in Arabia Saudita, il mercato del petrolio continua a voltare le spalle al rischio geopolitico. Il prezzo del barile è rimasto freddo persino quando la Turchia, dopo il sostanziale via libera dagli Stati Uniti, ha avviato l’offensiva contro le milizie curde nel nord della Siria: uno sviluppo che infiamma ulteriormente lo scacchiere mediorientale.

Il Brent e il Wti hanno avuto qualche sussulto prima di chiudere quasi invariati, poco sopra 58 e 52 dollari rispettivamente. Ma gli spunti al rialzo, che pure non sono mancati, sembrano legati ad altri fattori: in primo luogo le aspettative di nuovo ottimiste sull’esito delle trattative sui dazi tra Usa e Cina (che ormai da tempo sono la principale bussola dei mercati) e in parte anche i dati Eia sulle scorte americane, che hanno mostrato un calo complessivo di 8,5 milioni di barili tra greggio e prodotti la settimana scorsa.

I focolai di tensione geopolitica, sempre più numerosi negli ultimi giorni e sempre più pericolosi per le forniture di petrolio, di certo non dominano le preoccupazioni del mercato. Anche se l’offerta in qualche caso risulta già compromessa. Niente di paragonabile al crollo delle esportazioni da Iran e Venezuela, ma alla lista delle “disruptions” ora bisogna aggiungere anche l’Ecuador, che in 48 ore secondo il ministro dell’Energia Carlos Perez ha perso 232.800 bg, ossia oltre un quinto della produzione.

Il Paese – che ha da poco annunciato l’intenzione di uscire dall’Opec – da giovedì scorso è attraversato da violente proteste scoppiate in seguito alla rimozione di sussidi sui carburanti. La situazione è precipitata al punto che il presidente Lenin Moreno e il governo hanno abbandonato la capitale Quito per rifugiarsi nella città costiera di Guayaquil.

La situazione più pericolosa, per le forniture di petrolio e non solo, è tuttavia in Medio Oriente. Eppure il mercato, così come si è rassicurato in fretta dopo gli attacchi contro Saudi Aramco, si ostina a ignorare il riaccendersi della violenza in Iraq, che in una settimana ha già fatto oltre cento morti secondo fonti ufficiali (e probabilmente molti di più secondo le Ong).

Anche qui, come in Ecuador, tutto è partito con manifestazioni di piazza a Baghdad, ma poi i disordini sono dilagati anche in altre aree del Paese, compreso nel sud dove sono concentrate le infrastrutture petrolifere. Nessun danno per ora, ma il rischio è altissimo. E si aggiunge a quello creato nel nord dai raid di Ankara.

Ci sono importanti giacimenti nel Kurdistan iracheno, adiacente alla zona delle operazioni militari. E la regione è attraversata dall’oleodotto Kirkuk-Ceyhan, la cui capacità è salita da poco a 1,1 mbg, che sfocia sul Mediterraneo: non lontano da Cipro peraltro, dove una nave turca si appresta ad effettuare trivellazioni illegali in un blocco esplorativo affidato a Eni e Total .

Al porto di Ceyhan arriva anche la Btc (Baku-Tbilisi-Ceyhan), pipeline in grado di trasportare fino a 1 mbg di greggio dal Caspio.

L’Iraq è il secondo produttore di petrolio dell’Opec dopo l’Arabia Saudita, con 4,97 mbg estratti ad agosto, un record storico, di cui circa 3,5 mbg esportati (accanto a un nutrito flusso di prodotti raffinati). Un “incidente” qui avrebbe conseguenze più gravi di quelle provocate dagli attacchi contro Saudi Aramco, avverte Ellen R.Wald, presidente di Transversal Consulting: «L’Iraq non è l’Arabia Saudita, non ci sono soluzioni temporanee o capacità di riserva nel sistema per compensare ammanchi dovuti a sabotaggi o scioperi». Per non parlare del rischio di guerre e attentati, che è quanto mai forte, non solo in Iraq ma ovunque in Medio Oriente.

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Il Kuwait e gli Emirati arabi hanno alzato ai massimi livelli le misure di sicurezza a difesa di porti e installazioni petrolifere. E anche l’Iran ha annunciato di aver rafforzato i sistemi di difesa, in particolare negli impianti chiave di Assaluyeh e Kharg Island, vicino allo stretto di Hormuz.

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Sul mercato tuttavia «il premio per il rischio geopolitico in questo momento è zero», commenta Roland Morris, commodity strategist di VanEck, intervistato ieri dal Sole 24 Ore. «Il prezzo del petrolio dovrebbe essere molto più alto e non solo per le tensioni in Medio Oriente. In molte aree del mondo, in particolare in America Latina, la produzione sta diminuendo mentre negli Usa lo shale oil ha rallentato molto il ritmo di crescita e l’espansione nel Golfo del Messico si è fermato. Persino prima degli attacchi in Arabia Saudita non c’era molta capacità produttiva di riserva».

«La produzione saudita è risalita molto più in fretta di quanto ci si aspettasse – prosegue Morris – Ma soprattutto il tema dominante sul mercato oggi non è l’offerta, bensì la domanda». E la convinzione diffusa è che questa sia destinata a indebolirsi.

Anche l’emergere di una maggiore sensibilità per la lotta contro il climate change forse sta esercitando un influsso sul mercato, suggerisce lo strategist. «Alcune classi di investitori per qualche motivo pensano che siamo molto vicini ad assistere a un declino della domanda petrolifera. In realtà credo che per arrivare al picco ci vorrà almeno una decina d’anni, dopo di che ci sarà una stabilizzazione e non una riduzione immediata».

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