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Petrolio, l’allarme scorte è già dimenticato

Meno di un mese fa il prezzo del Wti era sceso sotto zero per il timore che la capacità di stoccaggio fosse vicina ad esaurirsi. Ora il pericolo sembra svanito, a giudicare dal comportamento del mercato.

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

Meno di un mese fa il prezzo del Wti era sceso sotto zero per il timore che la capacità di stoccaggio fosse vicina ad esaurirsi. Ora il pericolo sembra svanito, a giudicare dal comportamento del mercato.


4' di lettura

Le scorte di petrolio hanno smesso di fare paura. Il rischio di veder traboccare i serbatoi, che ad aprile aveva spinto sotto zero le quotazioni del barile, non è più giudicato imminente grazie al brusco calo dell'offerta e alla graduale ripresa dei consumi dopo la paralisi da coronavirus. E il mercato riflette il cessato allarme.

Non solo il Brent ha riguadagnato quota 30 dollari, recuperando il 60% dai minimi, ma il supercontango è già sparito: le quotazioni a sei mesi restano più care di quelle a pronti, ma il premio, che aveva superato 12 dollari al barile, è sceso sotto 5 dollari. La stessa tendenza si osserva per il Wti, ora di nuovo sopra 25 dollari al barile per il contratto giugno e intorno a 30 dollari per dicembre. Segno che gli spazi di stoccaggio non sono più ricercati e costosi come fino a poco tempo fa. O quanto meno non sono più percepiti come tali. Anche i noli delle petroliere intanto sono scesi, rendendo un po’ più abbordabile anche questa opzione.

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La spinta decisiva per ravvivare l’umore degli operatori è arrivata come al solito dall’Arabia Saudita, che lunedì 10 si è impegnata a un taglio supplementare di 1 milione di barili al giorno. La produzione di Riad scenderà ad appena 7,5 mbg entro giugno, un livello che rischia di non essere sostenibile dal regno, così come non lo era quello di 12,3 mbg vantato ad aprile (e alla fine raggiunto solo per pochi giorni). Ma in fondo quel che conta è il messaggio. E i sauditi hanno un interesse particolare al fatto che sia efficace.

Ventiquattr’ore dopo che il governo aveva annunciato impopolari misure di austerità, Saudi Aramco ha deliberato un acconto trimestrale sui dividendi da 18,75 miliardi di dollari nonostante i profitti tra gennaio e marzo siano crollati di un quarto (a 16,6 miliardi) e il free cash flow sia stato di appena 15 miliardi.

Mantenere le promesse sulla supercedola – ben 75 miliardi nell’anno, secondo gli impegni – sarà quasi impossibile senza caricare la compagnia di ulteriori debiti. A meno che i prezzi del petrolio non prendano letteralmente il volo nei prossimi mesi: una chimera, anche se le condizioni del mercato stanno oggettivamente migliorando.

«Il rischio di superare la capacità degli stoccaggi a livello globale si è dissipato – afferma Bassam Fattouh, direttore dell’Oxford Institute for Energy Studies (Oies) – Il picco di accumulo per le scorte di greggio è già stato raggiunto».

Kayrros, sulla base di monitoraggi via satellite, conferma: le giacenze sono aumentate di 4 mbg nella settimana al 3 maggio, un ritmo più che dimezzato rispetto al record di 10 mbg raggiunto nel corso di aprile. In Cina si starebbe già assistendo a una «marcata discesa» delle scorte e anche nel resto del mondo la tendenza a breve potrebbe invertirsi per la prima volta da gennaio, prevede la società.

Anche Emirati Arabi Uniti e Kuwait si sono impegnati a tagli extra per 180mila bg complessivi, seguendo come sempre a ruota l’esempio saudita: sacrifici, quelli dei tre Paesi del Golfo Persico, che si sommano alla stretta da 9,7 mbg avviata questo mese dall’Opec Plus.

Sono tutti messaggi positivi, rafforzati ulteriormente dai rumor – forse diffusi proprio dai sauditi, via Reuters – secondo cui la coalizione punta a proseguire gli stessi tagli produttivi anche dopo giugno invece di attenuarli come previsto dai piani iniziali.

Tra gli alleati dell’Opec, non solo la Russia ma anche il Kazakhstan avrebbe cominciato a tagliare con decisione, riuscendo ad ottenere la collaborazione delle compagnie straniere. Astana, sempre secondo fonti Reuters, ha siglato accordi anche per i maxigiacimenti Tengiz e Kashagan, che tra i partner annoverano molte major occidentali (compresa Eni).

Anche gli Stati Uniti intanto stanno facendo, in tutti i sensi, la loro parte. Donald Trump si è rallegrato via Twitter dell’operato dei sauditi, che lui stesso ha spinto all’azione (anche minacciando di ritirare l’appoggio militare al Paese, secondo i retroscena che circolano). «I prezzi del petrolio salgono mentre l’Arabia Saudita taglia i livelli di produzione – ha scritto il presidente – Le nostre grandi compagnie energetiche, con milioni di POSTI DI LAVORO, cominciano di nuovo a sembrare in forma».

Qualche segnale di risveglio c’è davvero: uno dei maggiori operatori di oleodotti, Energy Transfer, ha riferito che i flussi dal bacino shale di Permian erano diminuiti dell’8%, ma che un quarto del calo è stato recuperato. Ma la ritirata dei produttori a stelle e strisce, almeno finora, rimane imponente.

Il numero di trivelle alla ricerca di petrolio e gas negli Usa è crollato a livelli mai visti da quando, una ventina d’anni fa, è cominciata la rivoluzione shale: la settimana scorsa c’erano solo 374 unità in funzione secondo Baker Hughes. Tra quanti hanno gettato la spugna figurano anche alcuni colossi del fracking. Chesapeake Energy ha avvertito di essere vicina alla bancarotta, Continental Resources sta riducendo del 70% le estrazioni.

L’Energy Information Administration (Eia) prevede che la produzione di greggio Usa calerà di 540mila bg nel 2020 e di altri 790mila bg nel 2021 (a 10,9 mbg). Ma i danni da coronavirus ai consumi sono ancora più ingenti: la domanda Usa secondo i tecnici governativi è avviata, sempre su base annua, a ridursi di ben 2,2 mbg a 18,29 mbg, prima di risollevare parzialmente la testa l’anno prossimo.

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