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Petrolio, l’Opec Plus per i tagli pretende l’aiuto delle Major

Da Exxon a Shell, da Bp a Eni, le grandi compagnie occidentali sono sotto pressione: per la prima volta molti Paesi Opec Plus le chiamano a condividere il peso dei tagli produttivi. La richiesta è arrivata, tra gli altri, da Russia e Iraq

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

Da Exxon a Shell, da Bp a Eni, le grandi compagnie occidentali sono sotto pressione: per la prima volta molti Paesi Opec Plus le chiamano a condividere il peso dei tagli produttivi. La richiesta è arrivata, tra gli altri, da Russia e Iraq


4' di lettura

Il successo dei tagli di produzione dell’Opec Plus dipende anche dalle Major del petrolio: grandi compagnie come Exxon, Bp, Shell o l’italiana Eni, che per la prima volta nella storia sono state chiamate a sopportare una parte dei sacrifici per riequilibrare domanda e offerta di greggio.

La stretta è in vigore dal 1° maggio e insieme all’attenuarsi delle misure contro il coronavirus sta già sostenendo il mercato: il Brent, che il 22 aprile era crollato sotto 16 dollari al barile, è quasi raddoppiato di prezzo nel giro di un paio di settimane.

In passato i Paesi dell’Opec (e a maggior ragione i recenti alleati, come la Russia) avevano sempre cercato di schermare i partner stranieri dagli effetti delle decisioni di politica produttiva, se non altro per evitare contenziosi legali. Ma di fronte all’eccezionalità della situazione attuale – che ha richiesto un supertaglio da 9,7 milioni di barili al giorno – anche la santità dei contratti è messa in discussione.

Presentando i risultati di bilancio nei giorni scorsi molte compagnie occidentali hanno annunciato una forte riduzione delle estrazioni di greggio: scelte dettate soprattutto dalla debolezza delle quotazioni del barile, che ha imposto di rivedere i piani di sfruttamento delle risorse, ma che qualche società ha attribuito in parte anche alla necessità di rispondere alle pressioni di governi stranieri.

«Ci aspettiamo una riduzione dei volumi nel secondo trimestre a causa degli accordi Opec Plus», ha dichiarato ad esempio il ceo di Bp, Bernard Looney, accennando a richieste arrivate da «Medio Oriente, Angola, Azerbaijan e Russia».

La società azera Socar conferma di aver chiesto a Bp – il suo maggiore partner, presente nel Paese dal 1994 – di farsi carico di un taglio di 76mila bg, pari a circa due terzi del sacrificio che l’Opec Plus ha imposto a Baku (che in passato ha sempre violato gli accordi).

Bp ha un ruolo di primo piano anche in Russia, dov’è azionista di Roseneft con una quota del 20%. E Mosca sta facendo richieste analoghe. Il ministro Alexandr Novak ha dichiarato a Interfax che la produzione di greggio russa diminuirà fino al 15% quest’anno (a 9,6-10 mbg), grazie a tagli operati sia dalle compagnie locali che da quelle straniere.

I maggiori dettagli sulla collaborazione richiesta dall’Opec Plus li ha forniti Royal Dutch Shell, che non solo ha sospeso il dividendo per la prima volta nel dopoguerra ma ha anche annunciato che ridurrà l’output dai 2,7 mbg del primo trimestre a 1,75-2,25 mbg (al netto del gas che serve a produrre Gnl): «Grosso modo il 40% della riduzione è dovuto all’Opec Plus», ha spiegato agli analisti la cfo Jessica Uhl.

Anche i dirigenti dell’Eni sono stati interpellati in proposito durante la conference call sul bilancio trimestrale, ma sono stati parchi di informazioni: il gruppo di San Donato – che per ora ha ridotto in misura minima il target di produzione 2020, da 1,9 mbg a 1,75-1,8 mbg – ha negato di aver ricevuto richieste di tagli Opec (fino al 24 aprile), ma ha ammesso di aspettarsele e ha indicato il giacimento iracheno di Zubair come uno dei principali obiettivi della stretta sugli investimenti.

Eni sarà quasi certamente costretta a trattare quanto meno con l’Iraq, la Nigeria e il Kazakhstan: Paesi dove ha interessi importanti e che senza il contributo dei partner stranieri non riuscirebbero mai a rispettare gli impegni con l’Opec Plus. Tutti e tre hanno regolarmente barato sui tagli nel passato. Ma stavolta i sauditi e gli altri big della coalizione non sono propensi a chiudere un occhio.

Il giacimento Kashagan, di cui Eni è partner, conta da solo per metà della produzione kazakha. Baghdad, a cui è stato assegnato un super-taglio da 1 mbg, ha affidato oltre l’80% della produzione a società straniere.

Tra le compagnie attive in Iraq c’è anche ExxonMobil, che ha da poco annunciato una riduzione complessiva dell’output del 10%, ossia 400mila bg, nel secondo trimestre. Un quarto del taglio riguarderà lo shale oil di Permian, dove il colosso Usa fermerà due terzi delle trivelle, mentre il resto sarà distribuito altrove, in Nord America e non solo.

Gli Stati Uniti – che non fanno parte dell’Opec Plus, ma hanno promesso di collaborare nella riduzione dell’offerta di greggio – sono uno dei Paesi avviati a contribuire di più ai “tagli”.

Le tre maggiori compagnie a stelle e strisce, Exxon, Chevron e ConocoPhillips, hanno annunciato una riduzione complessiva di 660mila bg negli Usa entro giugno. La produzione di Washington è già diminuita di 1 mbg da metà marzo, a causa della ritirata dei frackers e della chiusura di pozzi poco produttivi (gli stripper wells).

A fine aprile tagli volontari sono stati annunciati dalla Norvegia, per la prima volta dal 2002: Oslo punta ad estrarre 250mila bg in meno a giugno e 134mila bg in meno nella seconda metà dell’anno. Anche il Paese scandinavo ha precisato di volersi avvalere della collaborazione dei partner stranieri.

La produzione di greggio sta calando in fretta anche altrove, soprattutto in Canada e in Brasile, tanto che il totale dei tagli annunciati nel mondo (al di fuori degli accordi Opec Plus) ha già raggiunto 3,8 mbg secondo S&P Global Platts Analytics.

«L’industria non ha mai visto tante chiusure di pozzi come oggi», ha dichiarato Clay Williams, ceo di National Oilwell Varco, il maggior fornitore Usa di macchinari per l’Oil&Gas. «Siamo sul punto di assistere a chiusure forzate per 15-20 milioni di barili al giorno».

Intanto la domanda petrolifera, sia pure molto gradualmente, ha iniziato a risalire con l’attenuarsi delle misure per contenere il coronavirus: la Fase 2 è cominciata non solo in Italia, ma in molti Paesi. Compresi grandi consumatori di greggio come la Cina e gli Usa.

La ripresa del mercato sarà un processo lento e difficile. Ma il mese di maggio potrebbe segnare davvero un punto di svolta.

Per approfondire:

Petrolio, il contagio dei prezzi sotto zero mette i pozzi in lockdown

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