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Petrolio, l’Opec promette rigore nei tagli. L’Aie: con lo shale «sfida spaventosa»

Iraq e Nigeria hanno promesso di rimettersi in riga con le quote di produzione, ritirando dal mercato oltre 300mila barili di greggio al giorno entro ottobre. Ma lo shale oil americano continua a correre: a giugno gli Usa sono temporaneamente diventati i primi esportatori al mondo tra petrolio e derivati. E l’Agenzia internazionale per l’energia avverte: per l’Opec difendere i prezzi sarà una sfida «spaventosa»

di Sissi Bellomo


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(Bloomberg)

3' di lettura

Né i segnali di distensione tra Usa e Cina, né la promessa dell’Opec Plus per un maggiore rigore nei tagli di produzione sono riusciti a rilanciare il petrolio, che ha chiuso un’altra seduta in ribasso, con il Wti a 55,09 dollari al barile (-1,2%).

Il principe saudita Abdulaziz bin Salman, sembra essere riuscito – almeno sulla carta – a ricompattare la coalizione dei produttori nella prima riunione tecnica a cui ha partecipato in veste di ministro dell’Energia.

Ogni decisione su un’eventuale revisione delle quote produttive è stata rinviata al vertice in programma il 5-6 dicembre a Vienna, esito che forse ha deluso il mercato. Ma il comitato di monitoraggio sui tagli Opec Plus, riunito ieri ad Abu Dhabi, ha comunque ottenuto l’impegno di Iraq e Nigeria a rimettersi in riga, mettendo fine agli eccessi di produzione entro ottobre: promesse da marinaio forse (i due Paesi non sono mai stati affidabili sul rispetto delle quote) ma che in teoria potrebbero ritirare dal mercato oltre 300mila barili di greggio al giorno.

I rappresentanti di Baghdad e di Abuja hanno fatto del loro meglio per apparire convincenti. «Ho dato istruzioni già oggi di ridurre i livelli di produzione e di esportazione – ha assicurato il ministro iracheno Thamir Ghadhban – A settembre saranno significativamente inferiori a quelli di agosto. E dal 1° ottobre faremo tagli più incisivi, in modo da raggiungere la piena conformità (alla quota, Ndr)». L’Iraq ha prodotto 270mila bg di troppo il mese scorso, stando alle cifre fornite dall’Opec.

Promesse simili sono arrivate da Timipre Sylva, il nuovo ministro della Nigeria: Abuja eliminerà l’eccesso di 56mila bg entro fine ottobre. «Poi forse ci uniremo al club di chi sta facendo ancora di più».

Il problema è che lo shale oil negli Stati Uniti continua a correre – tanto che a giugno Washington ha temporanemente conquistato il primato mondiale nelle esportazioni petrolifere – mentre i consumi petrolfieri stanno frenando insieme all’economia, che rischia la recessione. E come se non bastasse all’orizzonte ora c’è la possibilità (sia pure remota) che Donald Trump attenui le sanzioni contro l’Iran.

Sono tutte questioni di cui si è discusso, ha confermato Abdulaziz, ma l’Opec Plus per ora ha scelto di non fare nulla. «Di una cosa però sono sicuro – ha detto il saudita – Siamo pronti a reagire a qualunque situazione. C’è senso di responsabilità. Ovviamente, se una di queste cose dovesse succedere, dovremo trovare un modo significativo per affrontarla».

L’alleato russo Alexander Novak ha confessato di temere soprattutto la possibilità di una recessione globale. «Per ora continuiamo a vigilare, per vedere come questi fattori influenzano il mercato».

All’Agenzia internazionale per l’energia (Aie) sembra già chiaro che i conti non torneranno: i Paesi Opec devono affrontare una sfida «spaventosa» se vogliono evitare un nuovo «significativo surplus» di offerta, ha avvertito nel suo rapporto mensile. Nel primo semestre 202 0 il gruppo dovrebbe ridurre la produzione di 1,4 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli di agosto, quando estratto 29,74 mbg. E questo senza mettere in conto un’eventuale brusca frenata dei consumi.

L’agenzia dell’Ocse – a differenza dell'Opec e dell’americana Eia – non ha ridotto le previsioni sulla domanda petrolifera. Anzi, dopo la debolezza degli ultimi mesi prevede una ripresa nella seconda metà di quest’anno.

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