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Petrolio o ambiente? Il paradosso norvegese alla prova del voto

È l’ambiente il tema chiave delle elezioni del 12-13 settembre. Oslo è all’avanguardia nelle rinnovabili ma deve la sua ricchezza ai giacimenti di petrolio e gas

di Michele Pignatelli

Norvegia, Utoya: la premier Solberg alla cerimonia per il decimo anniversario

4' di lettura

Espen Barth Eide, portavoce per l'energia del Partito laburista, parlando con il Financial Times, le ha ribattezzate “elezioni climatiche”. E non ci sono dubbi sul fatto che il tema ambientale giocherà un ruolo di primo piano nel voto norvegese del 12 e 13 settembre, portando alla luce, al tempo stesso, il paradosso su cui si regge il modello del Paese scandinavo, all’avanguardia sull’ambiente ma dipendente dalle massicce entrate provenienti da gas e petrolio.

Il boom dell’energia elettrica pulita

Un po’ di numeri rendono l’idea. Ben il 71,9% delle auto nuove registrate in Norvegia ad agosto era elettrico e il Paese punta ad essere il primo al mondo a bandire i veicoli a combustibile fossile, entro il 2025. Il boom dell’alimentazione elettrica – che non si limita alle auto, ma si estende ad autobus, tram, treni e ora anche imbarcazioni – è favorito innanzi tutto dalla generosa politica di sussidi e agevolazioni del governo: sconti fiscali sull’acquisto di veicoli elettrici (che ne hanno abbattuto il costo, in assoluto e rispetto a quelli tradizionali, tassati invece di più), parcheggi gratis o scontati, esenzione da ecopass e tariffe autostradali.

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Contribuisce inoltre l’abbondanza di elettricità “pulita”, prodotta cioè da fonti rinnovabili – il 96% in Norvegia arriva dai 1500 impianti idroelettrici del Paese.

Ma un peso decisivo, sia per poter offrire gli incentivi alle auto elettriche sia per continuare a garantire lo sviluppo delle energie rinnovabili (tra le quali stanno acquisendo particolare rilievo eolico e idrogeno), è giocato paradossalmente dai giacimenti di petrolio – di cui la Norvegia è maggior produttore dell’Europa occidentale – e gas (terzo esportatore al mondo), grazie ai quali è cresciuta la ricchezza del Fondo sovrano norvegese.

LA PRODUZIONE DI PETROLIO IN EUROPA OCCIDENTALE
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Il peso di petrolio e gas

Nato nel 1996 per investire i proventi ottenuti dallo Stato con il petrolio, è oggi il più grande fondo sovrano al mondo, con un valore di mercato vicino ai 1200 miliardi di euro. E sebbene il fondo abbia iniziato a diversificare il suo portafoglio, disimpegnandosi gradualmente dagli idrocarburi per investire anche nelle energie green, rimane azionista di molte compagnie petrolifere.

Fondo sovrano a parte poi, gas e petrolio rappresentano il 42% delle esportazioni norvegesi e danno lavoro a 160mila persone, il 6% degli occupati.

Lo sanno bene i partiti maggiori, nessuno dei quali appare intenzionato a sbattere la porta in faccia all’industria che ha rappresentato e ancora rappresenta l’Eldorado nazionale, bandendo per esempio le perforazioni nell’Artico alla ricerca di nuovi giacimenti o fissando un termine alla produzione di petrolio. Come ha già fatto la vicina Danimarca (2050) o come Oslo era stata invitata a fare, già nella primavera dell’anno scorso, dal relatore speciale sui diritti umani e l’ambiente dell’Onu, David Boyd: «La Norvegia – questa l’esortazione – dovrebbe vietare ulteriori esplorazioni per la produzione di combustibili fossili, rifiutare un’ulteriore espansione delle infrastrutture collegate, predisporre una transizione equa per lavoratori e comunità dipendenti dall’industria dei combustibili fossili».

La posizione dei partiti e l’allarme dell’Onu

Non ne ha però intenzione il Partito conservatore della premier Erna Solberg, che oggi insegue nei sondaggi (attorno al 20-21%), disponibile solo a una transizione «graduale» verso l’industria green; e non è pronto a farlo neppure il Partito laburista di Jonas Gahr Støre, in vantaggio nelle intenzioni di voto (23-24%). La transizione verde – ha dichiarato in un recente dibattito televisivo il probabile prossimo premier – richiederà tempo e proprio i proventi del petrolio potranno finanziare l’industria delle rinnovabili. Un cambio di rotta troppo repentino, questa la conclusione, rischierebbe invece di compromettere quegli investimenti.

A rendere più acceso quello che era già il tema centrale della campagna elettorale norvegese è arrivato, il mese scorso, il sesto rapporto dell’Ipcc, il panel intergovernativo Onu sul cambiamento climatico: riscaldamento globale fuori controllo, fenomeni sempre più estremi, un vero e proprio «codice rosso» per l’umanità, come l’ha definito il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

Il nuovo allarme ha dato una spinta nei sondaggi ai partiti più decisi a chiedere una svolta sui combustibili fossili: i Verdi, che chiedono uno stop immediato alle esplorazioni petrolifere e alla produzione entro il 2035 e sperano di raggiungere il miglior risultato di sempre, grazie ai giovani e al voto delle città (sono attestati attorno al 5% negli ultimi sondaggi, dunque oltre la soglia di sbarramento del 4%), ma anche i Liberali e, soprattutto, la Sinistra socialista (9-10%), possibile partner di governo dei Laburisti.

Laburisti favoriti, un rebus il nuovo governo

Proprio la formazione del governo si annuncia piuttosto problematica e l’ambiente è destinato a pesare. Se infatti i sondaggi sono concordi nel ritenere che Erna Solberg, “Merkel” di Norvegia, dovrà con tutta probabilità abdicare dopo otto anni di premiership (già oggi guida un governo di minoranza, dopo l’uscita dalla coalizione dei populisti del Partito del progresso), il leader laburista Støre, favorito, vorrebbe bissare la coalizione che sostenne, tra il 2005 e il 2013, il suo predecessore alla guida del partito, Jens Stoltenberg: Laburisti, Sinistra socialista e Partito agrario di centro (attestato tra il 13 e il 14%).

I SONDAGGI
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Ma i numeri potrebbero non essere sufficienti a ottenere la maggioranza dei 169 seggi del Parlamento di Oslo, a meno di coinvolgere anche i Verdi. E ci sarebbe dunque il problema delle politiche da adottare in materia di combustibili fossili, che si porrebbe comunque – seppure in maniera più sfumata – anche con i Socialisti.

L’alternativa, tutta da esplorare, è una Grosse Koalition in salsa scandinava.


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