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Petrolio, Opec bloccata dall’ostruzionismo degli Emirati arabi

La riunione dell’Opec Plus, la coalizione allargata, che comprende anche la Russia e altri alleati, è stata rinviata di 48 ore per lasciare spazio a discussioni sempre più spinose sul rispetto delle quote di produzione

di Sissi Bellomo

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(Reuters)

La riunione dell’Opec Plus, la coalizione allargata, che comprende anche la Russia e altri alleati, è stata rinviata di 48 ore per lasciare spazio a discussioni sempre più spinose sul rispetto delle quote di produzione


3' di lettura

All’Opec i conti non tornano. Non tutti hanno rispettato allo stesso modo gli impegni sulla produzione di petrolio. E tra recriminazioni e ricatti le discussioni sul futuro dei tagli si allungano ben oltre i tempi previsti.

La riunione dell’Opec Plus, la coalizione allargata, che comprende anche la Russia e altri alleati, è stata spostata a giovedì 3 dicembre: un rinvio di 48 ore rispetto all’agenda originaria, dettato dalla necessità di lasciare spazio a discussioni che stanno diventando sempre più spinose su chi ha violato le quote estrattive e chi si è stancato di sopportare sacrifici, a maggior ragione oggi che il mercato - dopo la batosta del Covid - è tornato a dare qualche soddisfazione.

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Scorte in discesa

Le scorte si stanno finalmente riducendo e sull’euforia da vaccino le quotazioni del barile si sono spinte nei giorni scorsi ai massimi da otto mesi, puntando dritto verso 50 dollari nel caso del Brent, che nonostante le diatribe nell’Opec rimane tuttora sopra 47 dollari.

Rispetto al passato l’Organizzazione degli esportatori di greggio è diventata molto più diligente e nel complesso nei mesi scorsi è arrivata al risultato mai visto di rispettare le quote produttive al 100% (addirittura spingendosi oltre in alcune fasi). Ma il grado di rispetto non è stato uniforme, né costante nel tempo. E ora sembra essere arrivato il momento delle pagelle.

Scontro sugli sforamenti

A imporre di affrontare il problema sono stati soprattutto gli Emirati arabi uniti, umiliati pubblicamente da Riad per aver sforato le quote l’estate scorsa e subito costretti a recuperare i tagli perduti. Una severità che non è stata applicata nei confronti di altri trasgressori - a cominciare dalla Russia - e che ora li ha inaspriti al punto da spingerli all’ostruzionismo.

È così che nell’Opec si è arenato il processo decisionale, su una questione su cui poco tempo fa sembravano già tutti d’accordo, visto che il Covid continua ad infuriare: rinviare (si pensa a una proroga di tre mesi) l’attenuazione dei tagli di produzione, che nei piani originari dovevano passare da 7,7 a 5,8 mbg il 1° gennaio.

Tagli di produzione arretrati

In cambio del loro voto gli Emirati (probabilmente spalleggiati da altri membri dell’Opec) hanno posto tre condizioni, secondo fonti di Energy Intelligence: in primo luogo il mantenimento dei tagli attuali dev’essere approvato da tutti i membri dell’Opec Plus, in secondo luogo bisogna imporre un recupero dei tagli mancati in tempi brevi e infine bisogna rinnovare l’impegno ad un rispetto al 100% delle quote.

Questioni di principio, ma che numeri alla mano stanno sollevando un putiferio. Su ventidue Paesi dell’Opec Plus infatti oltre la metà - ben dodici - non hanno effettuato tutti i tagli produttivi per cui si erano impegnati: l’arretrato in totale ormai ammonta a 2,3 mbg e recuperarlo fino all’ultima goccia - o compensarlo, come dicono gli interessati - sembra un’impresa titanica.

Tentativi di ultimatum

I sauditi avevano già provato a imporre un ultimatum, imponendo ai disubbidienti di mettersi in riga entro settembre. Poi la scadenza è slittata a dicembre, ora bisognerebbe fissarne un’altra. La lista dei disubbidienti tuttavia non solo è lunga, ma contiene nomi eccellenti.

Se il peggior trasgressore è l’Iraq (con un arretrato di ben 610mila bg, un quarto del totale), al secondo posto si piazza la Russia,irrinunciabile alleato esterno dell’Opec, che dopo un breve periodo di rispetto delle quote ha accumulato un eccesso di produzione di ben 531mila bg, superiore agli sforamenti di Nigeria, Kazakhstan e Azerbaijan.

Finora però nessuno ha mai osato bacchettare Mosca, tanto meno i sauditi, che invece non si sono fatti nessuno scrupolo ad accusare gli Emirati, per decenni alleati di ferro nelle politiche petrolifere. Il vento seminato sta ora diventando tempesta.

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