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Petrolio, Opec cauta sui tagli. Ancora problemi all’oleodotto russo

di Sissi Bellomo

(REUTERS)

3' di lettura

Le forniture di petrolio russo all’Europa rischiano di essere ostacolate ancora a lungo dai problemi all’oleodotto Druzhba, complicando ulteriormente una situazione già critica sul fronte dell’offerta.

L’export di greggio da Iran e Venezuela non smette di diminuire: le vendite di Teheran in particolare si stima siano almeno dimezzate da aprile, riducendosi a non più di 500mila barili al giorno, un quinto rispetto ai volumi di un anno fa.

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In altre aree geografiche – dalla Libia all’Iraq al Golfo Persico – il rischio per le infrastrutture petrolifere si fa intanto ogni giorno più grave, tra attentati, sabotaggi, conflitti già esplosi o solo minacciati, anche se le quotazioni del barile continuano a rimanere frenate. Il Brent ieri si è spinto fino a 73,40 dollari, il massimo da quasi un mese, ma poi ha chiuso in lieve ribasso a quota 71,26 $.

Alla temporanea impennata ha contribuito l’Opec. Dagli incontri tecnici di domenica a Jeddah, in Arabia Saudita, è emerso un orientamento a proseguire con i tagli alla produzione nella seconda metà dall’anno. È probabile che i tagli saranno attenuati, ma questo potrebbe non bastare a compensare le carenze.

«La nostra preferenza – ha dichiarato il ministro saudita Khalid Al Falih – è mantenere la gestione della produzione anche nel secondo semestre, per consentire alle scorte di continuare la graduale discesa».

Riad conta di estrarre 9,8 milioni di bg anche a giugno, lo stesso livello di aprile e maggio, ha aggiunto Al Falih, mentre a luglio – a prescindere dall’esito del vertice Opec Plus – non intende superare il tetto di 10,3 mbg concordato lo scorso dicembre. Se i sauditi tornassero a rispettare la quota produttiva, si tratterebbe comunque di 500mila bg in più messi a disposizione del mercato.

La Russia (che invece si è appena adeguata al tetto promesso all’Opec) è senz’altro orientata ad estrarre più greggio e il ministro Alexander Novak ha aperto alla possibilità di rimodulare:  « Se la domanda cresce, se ci sarà un deficit, siamo pronti a considerare un’attenuazione degli attuali parametri, un parziale recupero dell’output».

Mosca rischia però di dover fronteggiare ancora a lungo difficoltà nelle consegne. La contaminazione della Druzhba sembrava destinata a risolversi ai primi di maggio, agevolando le forniture di Ural, uno dei greggi più adatti a sostituire le forniture iraniane. Ma i flussi, a un mese dal ritrovamento di sostanze corrosive, non sono ancora tornati regolari né si potrà ripristinarli del tutto finché i barili «inquinati» non saranno rimossi dalla rete: un compito che sembra si stia complicando.

Nel tratto fra Bielorussia e Germania la Druzhba contiene ancora 9 mb di barili di greggio contaminato, che bisognerebbe stoccare e diluire con forniture «pulite» (in una proporzione di 1:20 se non addirittura di più) per poterlo impiegare senza rischi nelle raffinerie. Il problema è come suddividere il compito – e le spese – per rimettere a posto le cose.

Total ed Eni, azionisti di raffinerie tedesche, secondo la Reuters avrebbero rifitutato di pagare alcune forniture inquinate e ora rischiano dispute giuridiche con i fornitori russi. Anche i raffinatori polacchi, Pkn Orlen e Lotus, continuano a rifiutare il petrolio russo via Druzhba. E i flussi nel braccio sud dell’oleodotto si sono di nuovo interrotti a poche ore dalla ripresa: il gestore della rete ucraina, UkrTransNafta, ha chiuso i rubinetti dopo che la compagnia ungherese Mol l’ha informata di «problemi tecnici».

Altri 11 milioni di barili di greggio «sporco» – volumi pari a un giorno di produzione russa – sono a bordo di petroliere che erano salpate da Ust Luga, sul Mar Baltico. In Europa nessuno li vuole e, sempre secondo Reuters, gran parte delle forniture sarebbe finita in mano a grandi società di trading. Vitol e Unipec starebbero trattando per vendere (o meglio: svendere) carichi per oltre 5 mb complessivi a raffinerie indipendenti cinesi.

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