l’annuncio del principe saudita

Petrolio, Opec e Russia lavorano ad accordi di 10-20 anni sui tagli di produzione

di Sissi Bellomo

(REUTERS)

2' di lettura

Opec e Russia progettano una nuova alleanza che permetta di governare l’offerta di petrolio per decenni, senza bigno di riscrivere ogni volta da zero gli accordi sui tagli produttivi. È il principe saudita Mohammed Bin Salman a delineare il futuro dell’Opec Plus, la coalizione di 24 Paesi che da gennaio 2017 sta riducendo in modo concertato le forniture di greggio.

«Stiamo lavorando per spostarci da un accordo su base annua a un accordo di 10-20 anni», ha dichiarato alla Reuters l’erede al trono di Riad, soprannominato Mbs dalla stampa internazionale. «Abbiamo già un’intesa a grandi linee, ma non ancora sui dettagli».

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Il piano – che ha contribuito ad alimentare i rialzi del petrolio, spingendo di nuovo il Brent oltre 71 dollari al barile – non è una novità assoluta. Circa un mese fa Suhail Al Mazrouei, ministro dell’Energia degli Emirati arabi uniti e presidente di turno dell’Opec, aveva rivelato l’esistenza di una bozza di accordo per trasformare l’Opec Plus in un’organizzazione permanente e le linee guida erano state descritte chiaramente sia da Mosca che da Riad già a maggio 2017: dopo il vertice che decise le prima proroga dei tagli di produzione, il ministro saudita Khalid Al Falih disse che si puntava a «istituzionalizzare una cornice di cooperazione stabile» e il russo Alexander Novak evidenziò la necessità di «reinventarsi in una nuova task force internazionale »

È però la prima volta che il progetto viene descritto – e dunque di fatto appoggiato – direttamente dal principe, che gode di enormi poteri in Arabia Saudita. Ed è significativo che le dichiarazioni siano state rilasciate negli Stati Uniti, dove Mohammed Bin Salman si trova da circa una settimana in visita di Stato.

L’obiettivo sembra quello di costituire un vero e proprio cartello, considerato che i Paesi oggi alleati nei tagli controllano circa metà dell’offerta mondiale di greggio. E proporre la creazione di un cartello proprio negli Stati Uniti , patria del libero mercato, ha il sapore di una sfida.

Durante la campagna elettorale per la Casa Bianca Donald Trump aveva ripetuto più volte che si sarebbe battuto per l’indipendenza energetica «dai nostri nemici e dai cartelli petrolio» e in un’intervista al New York Times si era spinto addirittura a minacciare un embargo contro il greggio saudita, se Riad non si fosse impegnata di più nella lotta al terrorismo.

Grazie allo shale oil gli Usa non dipendono più come un tempo dalle forniture straniere di petrolio. Le importazioni dall’Arabia Saudita in particolare sono crollate, anche per volontà di quest’ultima, che ha voluto tagliare l’export oltre che la produzione: nel 2017 ammontavano in media a 943mila barili al giorno, il minimo dal 1988 e a dicembre sono addirittura scese a 690mila bg, il 32% in meno rispetto a un anno prima.

I rapporti tra Washington e Riad non si sono comunque deteriorati. Anzi. L’ostilità di entrambi nei confronti dell’Iran sta contribuendo ad avvicinare i due Paesi, nonostante i sauditi stiano contemporaneamente flirtando sempre di più anche con i russi, in campo energetico e non solo.

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