energia

Petrolio, ora c’è chi teme che l’offerta non basterà

di Sissi Bellomo

(© Nikolay Gyngazov)

2' di lettura

La convinzione che il prezzo del petrolio possa restare «lower for longer», basso più a lungo – se non addirittura per sempre, come paventava pochi mesi fa il ceo di Shell – ha già iniziato a dissiparsi.

È bastato che il Brent tornasse a sfiorare la soglia dei 60 dollari perché due voci autorevoli si staccassero dal coro: il mercato potrebbe sperimentare carenze di offerta dal 2019, avverte Trafigura, una delle maggiori società indipendenti di trading petrolifero, mentre Citigroup anticipa il rischio addirittura al 2018. E lo fa per bocca di Ed Morse, head of commodities research della banca, analista con un passato di consulente della Casa Bianca, che fu tra i primi a prevedere (in tempi non sospetti) che le quotazioni del barile sarebbero state schiacciate dall’esuberanza dello shale oil.

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Per Morse la svolta nel ciclo non sarà frutto della resa dei fracker e nemmeno del crollo degli investimenti da parte delle Major. All’origine di tutto potrebbe esserci l’Opec. «Il mercato teme che la sua produzione possa aumentare moltissimo, invece potrebbe esserci un gap di offerta», afferma Morse, convinto che in cinque Paesi dell’Organizzazione – Libia, Nigeria, Venezuela, Iran e Iraq – le estrazioni siano arrivate a un picco. «Non hanno la possibilità di fare di più. È all’Opec che mancano investimenti e soprattutto a quei cinque Paesi».

Per Ben Luckok, co-head Group Market Risks di Trafigura, il declino dei giacimenti potrebbe farci perdere fino a 9 milioni di barili al giorno di greggio entro il 2019. Inoltre ci sono in gioco anche altri fattori.

La domanda, stimolata proprio dal crollo dei prezzi, è molto forte, soprattutto in India. Negli Usa e in Cina stanno di nuovo crescendo le vendite di veicoli ad alto consumo di benzina. E l’auto elettrica arriverà troppo tardi per avere un impatto: se anche gli americani smettessero di colpo di acquistare veicoli con motori a combustione, avverte Luckock, ci vorrebbero oltre 12 anni per un rinnovo totale della flotta.

Il petrolio intanto è in fase di consolidamento, dopo la corsa che lunedì ha spinto il Brent ai massimi da due anni. Nonostante i rischi relativi alle esportazioni curde, il riferimento internazionale ha ripiegato a 57,90 $, accorciando le distanze col Wti, che invece è salito a 52,14 $.

A ridurre lo spread contribuisce l’impennata (prevedibile, visto l’arbitraggio favorevole nell’Atlantico) dell’export Usa: la settimana scorsa è salito al record di 1,5 mbg.

Le statistiche Eia hanno eviedenziato anche un calo delle scorte di greggio (-1,8 mb) e una risalita per le benzine (+1,1 mb).

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