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Petrolio, ora gli Usa studiano tagli in stile Opec

Un piano per ridurre la produzione di greggio è all’esame del regolatore texano, che auspica un coordinamento con Arabia Saudita e Russia.

di Sissi Bellomo

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(ANSA)

Un piano per ridurre la produzione di greggio è all’esame del regolatore texano, che auspica un coordinamento con Arabia Saudita e Russia.


4' di lettura

Gli Usa come l’Opec. Con una svolta inattesa, Washington sta studiando la possibilità di ordinare un taglio del 10% della produzione a stelle e strisce, idealmente da coordinare con analoghe riduzioni da parte di Arabia Saudita e Russia, anche se appare molto improbabile che si possa trovare un accordo a tre.

Mosca ha già risposto picche. «Non c’è nessuna guerra dei prezzi – ha detto il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov – Con l’Arabia Saudita abbiamo buone relazioni, siamo partner e pensiamo che nessuno debba intervenire in questa relazione».

Anche in seno all’amministrazione Usa ha già cominciato a emergere qualche dissenso. Ma il piano sta assumendo una forma concreta: non è più un’idea vaga, ma un’ipotesi di lavoro su cui si cerca anche la collaborazione dell’Opec.

Il mercato aveva cominciato a sperarci, ma il Wti – che era tornato a superare 28 dollari al barile – in seguito ha invertito la rotta, per ripiegare brevemente addirittura sotto 20 dollari. Il ribasso settimanale, del 29%, è il peggiore dal 1991.

Con le quotazioni del barile di nuovo ai minimi da 18 anni e decine di società dello shale oil sull’orlo del fallimento, negli Usa l’idea dei tagli di produzione viene presa sul serio. Al punto che per esaminarne la fattibilità è stata coinvolta la Texas Railroad Commission (Trrc), organismo forse poco noto ai più, ma che ha inventato questo tipo di strategia a sostegno dei prezzi, ispirando la nascita dell’Opec nel 1960.

A dispetto del suo nome, la Trrc non si occupa di ferrovie, bensì di regolare il settore dell’Oil & Gas nello Stato della stella solitaria, da cui proviene il 40% del petrolio «made in Usa» e la maggior parte dello shale oil: in tutto, oltre 5 milioni di barili al giorno nel 2019, più di quanto estraggono l’Iraq o il Canada.

Sono stati proprio i produttori locali a interessare il regolatore texano, memori della sua antica esperienza di tagli. Negli anni ’30 del secolo scorso – quando l’avvio di grandi giacimenti in Texas aveva mandato a picco il prezzo del petrolio – era intervenuta per coordinare il settore, imponendo alle compagnie delle vere e proprie quote di produzione, attraverso il cosiddetto pro-rationing. L’ultima volta che il sistema è stato utilizzato risale al 1972, quando le compagnie vennero autorizzate ad estrarre al 100% della capacità.

Dopo le prime indiscrezioni pubblicate dal Wall Street Journal, è stato uno del commissario della Texas Railroad Commission, Ryan Sitton, a scoprire le carte, non solo per confermare che si sta effettivamente studiando l’ipotesi di tagli di produzione, ma anche per perorare la causa e auspicare che il Governo federale cerchi un accordo per coordinarsi con Mosca e Riad.

«In teoria il Texas potrebbe tagliare la produzione del 10% – scrive Sitton in un editoriale affidato alla Bloomberg – Se l’Arabia Saudita fosse disposta a tagliare il 10% dai suoi livelli pre-pandemia e se la Russia fosse disposta a fare lo stesso, allora il mercato tornerebbe ai livelli pre crisi (con un’offerta solo leggermente in eccesso)».

Sitton ha anche telefonato al segretario generale dell’Opec, Mohammed Barkindo, che lo ha invitato a intervenire al vertice dell’Organizzazione a giugno. Ma il direttore della Trrc dopo qualche ora ha gettato acqua sul fuoco: «Anche se sono aperto a qualunque proposta per proteggere il miracolo texano, da conservatore e sostenitore del libero mercato ho delle riserve su questo approccio», ha dichiarato Wayne Christian.

Il segretario all’Energia Dan Brouillette ha preso le distanze, dichiarando a Fox Business che il suo Dipartimento non sta «partecipando a questa conversazione», ma che «i regolatori dei singoli Stati se vogliono possono gestire la produzione di petrolio all’interno del proprio Stato».

Un inviato speciale della Casa Bianca sarebbe comunque diretto in Arabia Saudita, secondo fonti Reuters. Giovedì 19 Donald Trump aveva lasciato intendere di voler percorrere anche la via diplomatica, almeno con Riad, per fronteggiare l’emergenza del crollo del petrolio. Il presidente Usa aveva promesso di scendere in campo «nel momento più appropriato» nella guerra dei prezzi.

Le lobby dei petrolieri Usa hanno già ottenuto dall’amministrazione federale un piano per l’acquisto di greggio da custodire nella Strategic Petroleum Reserve (Spr), ma l’intervento è insufficiente a contrastare l’enorme surplus che si è formato a causa del crollo della domanda – dovuto al coronavirus – abbinato all’abbandono di ogni freno alla produzione da parte dell’Opec Plus.

Alcuni parlamentari Usa insistono per abbinare altre misure, compreso il ricorso a ulteriori sanzioni contro la Russia e leggi anti-dumping contro l’Arabia Saudita e altri esportatori di greggio.

(pezzo aggiornato alle ore 9.40 del 21/3/2020; correzione al paragrafo 8: Sitton non è direttore, ma commissario della Trrc )

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