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Petrolio, a picco la produzione Usa. Ma la Russia chiede tagli «veri»

La crisi dell’Oil&Gas sta provocando un crollo delle estrazioni senza precedenti negli Stati Uniti. All’Opec Plus e al G20 Washington proverà a presentarlo come il suo contributo al piano globale per risollevare il mercato

di Sissi Bellomo

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(REUTERS)

La crisi dell’Oil&Gas sta provocando un crollo delle estrazioni senza precedenti negli Stati Uniti. All’Opec Plus e al G20 Washington proverà a presentarlo come il suo contributo al piano globale per risollevare il mercato


3' di lettura

Il taglio “globale” della produzione di petrolio sta prendendo forma. Con la collaborazione dei grandi Paesi consumatori – l’India ad esempio starebbe imitando la Cina nell’accumulare scorte strategiche – e con un significativo contributo da parte degli Stati Uniti.

Anche se la Russia scalpita sulle modalità con cui l’accordo potrebbe realizzarsi, molti tasselli stanno andando a posto . Proprio secondo lo schema descritto da Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), in un’intervista al Sole 24 Ore.

Alla vigilia del vertice Opec allargato (convocato per giovedì 9 alle 16) e a due giorni da una riunione d’urgenza del G20 Energia, da Mosca arrivano commenti rivelatori sulla difficoltà del cammino verso un’intesa. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, sembra spegnere le speranze sul fatto che gli Usa e altri Paesi – come il Canada – possano cavarsela con un taglio della produzione sui generis, legato come suggerisce Birol alla riduzione degli investimenti delle compagnie petrolifere.

«Sono cose completamente diverse – si è indignato Peskov – State confrontando la caduta della domanda con tagli mirati a stabilizzare il mercato globale».

In sostanza i russi temono che le riduzioni forzate dettate dalla crisi non dureranno: alla prima schiarita le trivelle ripartiranno. In effetti, è bastata l’ipotesi di un’azione a sostegno del mercato per far rimbalzare i prezzi del barile, che rimangono intorno a 32 dollari per il Brent.

Mosca – come aveva subito chiarito il presidente Vladimir Putin in persona – insiste anche che i tagli siano calcolati rispetto ai livelli produttivi del primo trimestre, quando il coronavirus non aveva ancora portato alla paralisi dei consumi energetici. L’Arabia Saudita – che ha appena spinto la produzione a livelli record, oltre 12 mbg dai 9,8 mbg di marzo – starebbe invece facendo resistenza, secondo fonti Reuters.

Del resto la Russia che punta i piedi è una maschera tipica nella commedia dell’arte del petrolio. E gli Usa qualche passo in direzione di un accordo lo stanno facendo davvero.

Nelle ultime ore Donald Trump ha smesso di minacciare dazi e sanzioni, passando a svelare le carte sul potenziale contributo di Washington a sostegno del mercato. I produttori americani «stanno già tagliando e lo fanno molto seriamente, penso che avvenga in modo automatico», ha detto il presidente. Dagli altri Paesi finora «nessuno mi ha chiesto niente – ha aggiunto Trump – Ma se mi chiedono prenderò una decisione».

In fin dei conti, potrebbe anche essere solo un tema di comunicazione: al G20 di domani Washington dovrà soppesare con cura le parole. Perché l’industria petrolifera a stelle e strisce – a fronte di una domanda che alcuni analisti vedono ormai ridotta di un terzo – sta tirando il freno con una forza e una rapidità senza precedenti.

Una dopo l’altra le compagnie Usa annunciano enormi riduzioni degli investimenti: Reuters conta tagli complessivi del 30% o di 37,3 miliardi di dollari in Nord America da inizio marzo. Tra i più recenti quello di ExxonMobil, che ha ridotto di quasi un terzo il capex a 23 miliardi, penalizzando soprattutto lo shale oil di Permian. Le società più deboli intanto non solo fermano le trivelle, ma ora chiudono pozzi, a costo di compromettere l’operatività futura.

Le previsioni appena aggiornate dall’Energy Information Administration (Eia) indicano che la produzione Usa, da un record di oltre 13 miloni di barili al giorno, calerà di 1,75 mbg tra marzo e ottobre. Con un po’ di cosmesi (legata alla correzione di errori statistici) i tecnici governativi stimano che sia già scesa a 12,4 mbg la settimana scorsa, mentre le scorte di greggio salivano di 15,2 mb: l’accumulo più grande di sempre.

Per l’Eia gli Usa estrarranno in media 11,8 mbg nel 2020 (-470mila bg) e circa 11 mbg nel 2021 (-730mila bg): in due anni sarebbe in termini di volume il maggior declino nella storia, mentre il calo percentuale – superiore al 10% – sarebbe il più forte dal 1931-32, ai tempi della Grande depressione.

Intanto si è appreso che il Texas non si muoverà da solo. Ryan Sitton – il commissario della Texas Railroad Commission grande sostenitore dei tagli di produzione – ha fatto sapere che non parteciperà al vertice Opec Plus nemmeno in veste di osservatore.

Le sue dichiarazioni, affidate a Twitter, però sono tutte un programma. «Se partecipassi direi che c’è bisogno di tagli per almeno 20 mbg e che gli Usa dovrebbero tagliare di almeno 4 mbg in modo organico nei prossimi tre mesi – afferma Sitton –. Se non si fa nulla gli stoccaggi si riempiranno in due mesi e a quel punto il mondo avrà bisogno di tagli fino a 30 mbg».

Per approfondire:
Birol: «Sul petrolio giusto riunire il G20: se crolla il settore danni per tutti»
Petrolio, svolta sui tagli: G20 straordinario per decidere Petrolio, slitta il vertice Opec-produttori

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