AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca che sfrutta l'esperienza e la competenza specifica dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni al servizio dei lettori. Può includere previsioni di possibili evoluzioni di eventi sulla base dell'esperienza.Scopri di piùmeteo mercati

Petrolio, prese di profitto dopo il rally. Ecco cosa influenzerà il prezzo

di Andrea Franceschi

(12963)

2' di lettura

I timori su un possibile calo della domanda di carburanti per via del rallentamento dell’economia mondiale e la prospettiva di un aumento della produzione dagli Stati Uniti ha messo sotto pressione il petrolio. Il prezzo a barile del Brent (qui le quotazioni in tempo reale) è sceso da 61,400 dollari fino a un minimo di 60,550 registrando una flessione di un punto e mezzo percentuale. Un calo che segnala un’inversione di tendenza rispetto al trend rialzista delle prime settimane del 2019 che hanno visto il barile aumentare di prezzo del 14% sul Brent e del 18% sul Wti.

La notizia che ha mosso il mercato è arrivata venerdì scorso con la pubblicazione del rapporto della società di servizi petroliferi Baker Huges che ha certificato che, per la prima volta dall’inizio dell’anno, c’è stato un aumento del numero di piattaforme attive nella ricerca di greggio negli Stati Uniti. Un segnale che gli investitori hanno interpretato come indicativo di un possibile aumento della produzione Usa.

Loading...

D’altro canto le vendite potrebbero essere favorite anche dalle preoccupazioni circa un possibile calo della domanda per via del rallentamento dell’economia globale. I timori si concentrano per lo più sulla Cina, il secondo consumatore al mondo di combustibili fossili, la cui economia ha dato chiari segnali di frenata come dimostrano gli ultimi dati sul Pil che ha fatto segnare il peggior tasso di crescita dal 1990 ad oggi.

IL RALLENTAMENTO DI PECHINO

Cina, variazione percentuale annua del Pil reale

IL RALLENTAMENTO DI PECHINO

È anche vero tuttavia che il prezzo del greggio è salito molto in queste prime settimane dell’anno ed è probabile che gli investitori fossero semplicemente in attesa di un pretesto per prendere profitto dei guadagni messi a segno da inizio anno.

Nel complesso vari fattori stanno influenzando l’andamento delle quotazioni. Da una parte la decisione dell’Opec di tagliare la produzione per arginare il problema dell’eccesso di offerta continua a sostenere i prezzi. Lo stesso fanno l’aumento delle tensioni in Venezuela e la svalutazione del dollaro sulla scia di una Fed più accomodante. Questa spinta rialzista è tuttavia controbilanciata dalla prospettiva di una maggior produzione dagli Usa, da un calo della d0manda globale per via del rallentamento dell’economia e dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina.

Per il momento gli analisti sembrano dare peso soprattutto ai fattori rialzisti e le previsioni di consensus di S&P Market Intelligence danno un prezzo del Brent a quota 70 dollari al barile per la fine dell’anno. Non bisogna dimenticare peraltro che il prezzo del petrolio ha subìto, al pari di altre classi di investimento rischiose come le azioni, l’ondata di volatilità che si è abbattuta sui listini globali per tutta la seconda parte del 2018 e che ha comportato una flessione del 40% dei prezzi dai massimi di inizi ottobre ai minimi di dicembre. C’è insomma ampio spazio per un recupero al netto dei fondamentali.

Riproduzione riservata ©

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti