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Petrolio, prezzi in rialzo ma negli Usa lo shale oil rallenta la corsa

di Sissi Bellomo


Il riciclo degli oli lubrificanti usati taglia di 56 milioni la bolletta del petrolio

2' di lettura

Lo shale oil americano, afflitto da difficoltà di finanziamento e da sfide geologiche crescenti, comincia a tirare il freno. Per la prima volta da sei mesi i tecnici del Governo hanno ridotto le stime sulla produzione Usa, che ora vedono a 12,3 milioni di barili al giorno nel 2019 e 13,03 mbg nel 2020, livelli comunque da record, ma che sono stati sforbiciati parecchio rispetto al mese scorso: -110mila bg per quest’anno e -170mila per ilprossimo.

Il cambio di marcia – già evidente a molti operatori del settore e annunciato anche dal calo del numero di trivelle in funzione, ai minimi da dieci mesi – ha probabilmente influito parecchio sull’umore degli investitori, in gran parte ipnotizzati dalle strabilianti prestazioni dell’industria petrolifera a stelle e strisce.

Ma è solo uno, in fin dei conti forse il minore, dei tanti fattori rialzisti che si stanno concentrando sul mercato e che hanno ridato fiato al rally delle quotazioni del barile: il Wti in particolare è salito ai massimi dallo scorso novembre, superando 58 dollari, mentre il Brent è di nuovo sopra 67 dollari.

Se lo shale oil rallenta (fuori da Permian, specifica l’Energy Information Administration) la produzione di greggio del Venezuela sta invece andando a picco: gli estesi blackout che hanno colpito il Paese, sommati all’effetto delle sanzioni Usa, l’hanno addirittura dimezzata nel giro di pochi giorni, ad appena 500mila bg secondo alcune stime.

Ieri si registrava qualche piccolo miglioramento: dal porto di San Josè, principale terminal per le esportazioni, è tornata a salpare una petroliera secondo Reuters, mentre stavano parzialmente tornando in funzione anche alcuni upgrader, impianti per la lavorazione del greggio pesante dell’Orinoco. Ma è difficile immaginare un’inversione di tendenza, almeno finché non ci sarà un cambio di regime politico e un ritorno a una relativa stabilità nel Paese.

L’aggravarsi della crisi in Venezuela si somma alle apprensioni per il nuovo giro di vite che gli Usa potrebbero imporre all’export di petrolio dall’Iran, quando a maggio scadranno gli esoneri dalle sanzioni secondarie.

Inoltre avviene proprio mentre l’Arabia Saudita chiude i rubinetti ben più di quanto si fosse impegnata a farlo nell’ambito dei tagli Opec: Riad ormai estrae meno di 10 mbg e per il mese di aprile, secondo indiscrezioni, ha accordato ai clienti forniture per 7 mbg scarsi a fronte di una richiesta di oltre 7,6 mbg.

Come se tutto ciò non bastasse, a sostenere le quotazioni del barile c’è stato anche un calo inatteso delle scorte di greggio e benzina negli Usa (di 3,9 e 4,6 mb rispettivamente, la settimana scorsa), che ha ridotto gli stock complessivi ai minimi da dicembre.

Di fronte a un quadro così, il rally appare tutto sommato moderato. Sul mercato c’è però probabilmente chi sta vendendo a fini di hedging. E tra questi potrebbe esserci anche qualche peso massimo.

Notando un forte e insolito movimento sulle opzioni put, che danno diritto a vendere greggio a 60 $/barile, l’agenzia Bloomberg ipotizza che il Brasile si sia mosso per proteggere il futuro valore della sua produzione. Operazioni di questo tipo spesso comportano l’acquisto di opzioni e contemporaneamente la vendita di futures.
@SissiBellomo

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