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Petrolio, la produzione Opec Plus risale per gradi, ci saranno vertici mensili

Il vertice della coalizione si è concluso dopo quattro giorni di faticose discussioni con un compromesso: da gennaio arriveranno sul mercato altri 500mila barili al giorno di greggio. Poi si valuterà di mese in mese, come fanno le banche centrali

di Sissi Bellomo

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(vchalup - stock.adobe.com)

Il vertice della coalizione si è concluso dopo quattro giorni di faticose discussioni con un compromesso: da gennaio arriveranno sul mercato altri 500mila barili al giorno di greggio. Poi si valuterà di mese in mese, come fanno le banche centrali


4' di lettura

Covid o no, con l’anno nuovo la produzione di petrolio dell’Opec Plus è destinata ad aumentare. Ma il compromesso con cui la coalizione è riuscita - con grande fatica - a chiudere il vertice incorpora quanto meno un meccanismo di gradualità: a gennaio torneranno sul mercato 500mila barili al giorno, invece di 1,9 milioni come prevedevano i piani stilati la primavera scorsa.

Tapering a tappe

Nei mesi successivi i tagli (oggi pari a 7,7 mbg) verranno forse attenuati ancora, ma solo se le condizioni di mercato lo consentiranno. Il “tapering” procederà per tappe, seguendo un percorso scandito da continui vertici plenari, con tutti i ventidue ministri dei Paesi della coalizione: ci sarà un incontro al mese per tutto il primo trimestre 2021, per monitorare la domanda petrolifera, tuttora indebolita dalla pandemia, e reagire di conseguenza, «sia a fattori positivi che negativi, perché l’aggiustamento si può fare in entrambe le direzioni», ha precisato il russo Alexander Novak, cui è toccato l’onore di illustrare l’accordo nella conferenza stampa finale.

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«Ora abbiamo un accordo che ci consente di cambiare direzione - ha aggiunto il saudita Abdulaziz bin Salman - Dobbiamo affrontare l’incertezza, in fondo è per questo che le banche centrali si incontrano ogni mese». I vertici mensili, prospettiva che rischia di aumentare la volatilità sui mercati, serviranno anche per bacchettare gli eventuali trasgressori: i Paesi che violano le quote produttive, cui è stato dato tempo fino a marzo per recuperare gli arretrati.

Confronto teso

È proprio lo scarso rispetto degli impegni (in particolare da parte di Russia e Iraq, ma non solo) il nodo principale che aveva provocato l’ostruzionismo degli Emirati arabi uniti, ritardando l’intesa. Tra ricatti e recriminazioni, le discussioni sono andate avanti per quasi quattro giorni, senza contare i colloqui informali che hanno preceduto il vertice vero e proprio.

Il piano finale - di cui Kuwait e Algeria rivendicano la paternità, ma che risente della volontà russa di aprire gradualmente i rubinetti - è lontano dalle attese del mercato, che a lungo aveva dato per scontata una proroga di 3-6 mesi degli attuali tagli produttivi. Eppure il Brent ha guadagnato oltre l’1%, tornando a superare 48 dollari al barile, vicino ai massimi da otto mesi.

L’Opec Plus, almeno per ora, è riuscita a ricucire le divisioni. E Abdulaziz canta vittoria: «È stato penoso, faticoso e frustrante, per due o tre giorni ho gettato la spugna, ma poi l’ho ripresa». La coesione del gruppo appare comunque precaria. E non è facile liquidare lo strappo tra Emirati arabi e Arabia Saudita come semplice tattica negoziale.

Si tratta di qualcosa di più concreto e profondo, al quale il compromesso del 3 dicembre ha solo messo una toppa, che potrebbe presto cedere, minacciando non solo l’unità dell’Opec ma anche i fragili equilibri in Medio Oriente.

Anche in politica estera Abu Dhabi si sta allontanando da Riad: a settembre c’è stato lo storico accordo che ha normalizzato le relazioni con Israele e gli Emirati hanno anche ritirato l’appoggio alle operazioni militari saudite in Yemen.

Quanto alla querelle sui tagli alla produzione di petrolio, gli Emirati sembrano sempre più insofferenti all’egemonia della Russia nell’Opec Plus. È quasi sempre Mosca ormai a dare la linea (il vertice del 3 dicembre non fa eccezione) e almeno in pubblico nessuno osa criticarla, nemmeno quando viola in modo palese le quote produttive.

Agli emiratini, per decenni alleati di ferro dei sauditi nell’Opec, è toccato un trattamento ben diverso: un breve e modesto sforamento dei tetti l’estate scorsa, subito recuperato, è costato un’umiliante ramanzina in diretta streaming. Perdere la faccia non è esperienza che si dimentica facilmente, in Medio Oriente forse più ancora che nella cultura occidentale.

Emirati decisi a investire

Se il tempo guarisce molte offese, ci sono anche ragioni pratiche per cui Abu Dhabi faticherà sempre di più a piegarsi ai diktat di un’Opec Plus a guida russo-saudita. La sua capacità produttiva - già mortificata dalla quota più restrittiva in tutta la coalizione, con un taglio assegnato del 33% - crescerà ancora nei prossimi anni: l’obiettivo è di arrivare a 5 mbg nel 2030 dagli attuali 4 mbg, attraverso un piano di investimenti che vede una forte partecipazione di capitali e di compagnie straniere (Eni è in prima fila).

Gli Emirati a marzo 2021 contano anche di quotare un future sul Murban, la principale varietà locale di greggio, con l’aspirazione di affermare un nuovo benchmark. E i benchmark hanno bisogno di liquidità: volumi consistenti e regolari.

Infine c’è forse anche un tema “filosofico” a scavare un solco con Arabia Saudita. Quest’ultima non ha cambiato rotta nelle politiche Opec, continuando a difendere il prezzo del petrolio, piuttosto che i volumi di produzione, linea che discende anche dall’idea di conservare il patrimonio degli idrocarburi a vantaggio delle generazioni future.

Gli Emirati arabi potrebbero essersi convinti che la transizione energetica è un processo ormai inesorabile: meglio un uovo oggi, insomma, di una gallina che magari un giorno rimarrà sterile.

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