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Petrolio, Russia e Usa tagliano quanto i sauditi

Il patto del G20 si traduce in realtà. I tagli della produzione di petrolio per la prima volta non ricadono soprattutto sulle spalle di Riad: Mosca e Washington partecipano, anche se il crollo delle estrazioni non dipende solo da scelte politiche

di Sissi Bellomo

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(REUTERS)

Il patto del G20 si traduce in realtà. I tagli della produzione di petrolio per la prima volta non ricadono soprattutto sulle spalle di Riad: Mosca e Washington partecipano, anche se il crollo delle estrazioni non dipende solo da scelte politiche


3' di lettura

Arabia Saudita, Russia e Stati Uniti. I tre colossi mondiali del petrolio hanno iniziato a ridurre la produzione. E per la prima volta non solo lo stanno facendo insieme, ma i tagli sono importanti e appaiono distribuiti in modo equo: una novità assoluta, frutto della crisi senza precedenti del settore dell’Oil & Gas più che di scelte politiche, ma che traduce in realtà il patto di collaborazione stretto un mese fa nell’ambito del G20, con risultati che appaiono già visibili anche sui prezzi. Il Brent ha raddoppiato di valore in una settimana, anche se mercoledì 6 ha interrotto il rally per ripiegare a 29 dollari al barile.

La Russia - che in passato aveva sempre violato, almeno in parte, gli impegni presi con l’Opec - ha ridotto le estrazioni di greggio di quasi 2 milioni di barili al giorno dall’inizio di maggio: una chiusura rapidissima, mai sperimentata prima, grazie alla quale ha già quasi raggiunto l’obiettivi concordato di 8,5 mbg. Dagli 11,35 mbg di aprile, secondo fonti Reuters, Mosca è scesa a 9,50 mbg, che diventano 8,75 mbg al netto dei condensati (esclusi dai tagli Opec Plus).

La stretta, se confermata, fa cadere ogni alibi invocato nel passato per schivare i tagli: il leit motiv era che i giacimenti russi non potevano sopportare un calo di produzione eccessivo perché con il gelo gli impianti si sarebbero rovinati. È vero che adesso è quasi estate, ma evidentemente chiudere i rubinetti in modo drastico non è del tutto impossibile.

L’alternativa è che si tratti di una scelta masochista dettata dalla disperazione. La Russia del resto ha la possibilità di stoccare solo otto giorni della sua produzione di greggio, stima IHS Markit, contro i 18 giorni dell’Arabia Saudita (che dispone di grandi depositi anche all’estero) e i 30 giorni degli Stati Uniti.

Anche gli stoccaggi americani oggi rischiano di traboccare. E anche il petrolio «made in Usa» sta subendo un crollo di produzione simile a quello cui si assiste in Russia: il calo supera già 1 mbg e ci sono ulteriori tagli in arrivo, sufficienti almeno a raddoppiarlo in poche settimane. Le tre maggiori compagnie a stelle e strisce - Exxon, Chevron e ConocoPhillips - hanno annunciato nei giorni scorsi una stretta da 660mila bg entro fine giugno negli Usa. Molte società di shale oil stanno intanto fermando le trivelle, alcune rinunciando del tutto a produrre.

Il North Dakota (dove c’è l’area di Bakken) ha già perso 450mila bg, più di un terzo dell’output, secondo le autorità locali. In Texas - patria di Permian e primo Stato petrolifero degli Usa con 5,4 mbg a febbraio - si estraggono già 700mila bg in meno, stima Ryan Sitton della Texas Railroad Commission. Il commissario ha dovuto rinunciare al piano per imporre tagli coordinati, ma le leggi dell’economia stanno comunque forzando un adeguamento alle condizioni del mercato.

Anche l’Arabia Saudita sta chiudendo i rubinetti, con l’obiettivo di abbassare la produzione a 8,5 mbg dagli 11,4 mbg (stimati) di aprile. Ma che Riad tenga fede agli accordi dell’Opec Plus non è una notizia: il gigante del Golfo Persico è da sempre lo «swing producer», una sorta di banca centrale del petrolio, pronta a regolare l’afflusso di liquidità in base alle esigenze del mercato.

La vera novità è che oggi non deve più farsi carico anche dei tagli assegnati ad altri, una vittoria in cui forse gli stessi sauditi non avevano osato sperare e che si somma ai successi ottenuti con la guerra dei prezzi.

Inondando i clienti di greggio superscontato, Saudi Aramco ad aprile ha strappato quote di mercato ai concorrenti, scrive Bloomberg, rilevando in base al monitoraggio delle petroliere che l’export verso la Cina è raddoppiato (a 2,2 mbg), mentre nell’India paralizzata dal coronavirus le vendite sono salite a 1,1 mbg, un record da tre anni.

Per approfondire:

Petrolio, per i tagli l’Opec Plus pretende l’aiuto delle Major

Il petrolio scotta per il G20, ma gli Usa appoggiano i tagli

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