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Petrolio, slitta il vertice Opec-produttori. Servono altri negoziati

Posticipato in vertice al quale l’Opec intende invitare tutti i grandi produttori mondiali: sul tavolo ci sarà un taglio da 10 milioni di barili al giorno, ma devono collaborare tutti, anche gli Usa. Alla Casa Bianca si cercano escamotage legali

di Sissi Bellomo

Perché Trump non vuole il crollo del petrolio

Posticipato in vertice al quale l’Opec intende invitare tutti i grandi produttori mondiali: sul tavolo ci sarà un taglio da 10 milioni di barili al giorno, ma devono collaborare tutti, anche gli Usa. Alla Casa Bianca si cercano escamotage legali


3' di lettura

Era stato Donald Trump a risvegliare le quotazioni del petrolio prospettando grandi tagli di produzione. Ora è Vladimir Putin a dettare le condizioni, mettendo gli Stati Uniti spalle al muro. Tuttavia nelle ultime ore è diventato chiaro che serve più tempo per negoziare, così il vertice che l’Opeco aveva fissato per lunedì 6 aprile con tutti i produttori è slittato,.

Il presidente russo ha confermato che «si può parlare di una riduzione di 10 milioni di barili al giorno», la stessa cifra citata dall’inquilino della Casa Bianca. Ha anche precisato che il taglio « ovviamente dev’essere fatto in partnership» e rispetto ai livelli di estrazione del primo trimestre, prima del coronavirus quindi, ma anche prima che scadessero i tetti di produzione imposti dall’Opec Plus.

Soprattutto però il Cremlino ha posto una condizione, in modo ancora più esplicito rispetto ai sauditi: «Voglio enfatizzare che la Russia considera necessario combinare gli sforzi », ha detto Putin.

«Siamo pronti ad accordi con i partner e nella cornice dell’Opec Plus. E siamo pronti alla cooperazione con gli Stati Uniti d’America». A questo punto Washington dovrà schierarsi.

Un piano per un’azione globale a sostegno del petrolio sta prendendo forma davvero. E il mercato ha fiducia: dopo il rally di giovedì il Brent si è di nuovo apprezzato di oltre il 10%, superando 34 dollari al barile.

L’Opec, come detto, aveva in un primo momento convocato per lunedì il verticein teleconferenza, aperto non solo ai vecchi alleati ma a chiunque voglia partecipare alle trattative. Anche Riad, come Mosca, non intende chiudere i rubinetti se gli altri non fanno lo stesso. E stavolta nessuno è disposto a tollerare che gli Usa, primi fornitori mondiali di greggio, si chiamino fuori: la loro collaborazione è cruciale per contrastare il crollo della domanda provocato dal coronavirus. Servono però ancora negoziati preliminari prima di arrivare al vertice.

Nel regno del libero mercato non è facile imporre limiti all’attività delle compagnie, sotto il profilo legale prima ancora che politico. Ma l’amministrazione Usa – pur tra mille polemiche e divisioni – sta cercando un escamotage per collaborare. In caso contrario sarebbe additata come responsabile del prossimo affondo dei prezzi del barile: uno sviluppo inevitabile , perché con gli spazi di stoccaggio vicini a esaurirsi, saranno le leggi di mercato a costringere l’offerta ad adeguarsi alla domanda.

Anche la Casa Bianca, come il Cremlino, sta consultando compagnie e associazioni di settore. Ma i toni sono ben diversi. Tra i petrolieri Usa circolano infinite proposte, spesso contrastanti: alcune aggressive, come dazi o sanzioni contro il petrolio straniero, altre opportuniste.

Si è discusso anche di chiudere le piattaforme del Golfo del Messico, ufficialmente per fermare i contagi da coronavirus tra il personale, rivela il Wall Street Journal: con la quarantena si otterrebbe un super-taglio di 2 mbg (su 13 mbg estratti negli Usa).

Un’altra idea per evitare ostacoli legali è vietare l’export di greggio, come del resto gli Usa hanno fatto per quarant’anni fino al 2015.

Larry Kudlow, primo consigliere economico di Trump, lascia intendere che si troverà la quadra: «Non possiamo ordinare politiche di produzione», ma il dialogo con sauditi e russi ora è aperto e «non c’è motivo per credere che non darà frutti».

Fatih Birol, direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, avverte intanto che un taglio di 10 mbg è «un buon inizio» ma «bisognerebbe fare di più» perché nel 2° trimestre il surplus di greggio sarà vicino a 25 mbg. Ma la macchina delle trattative ora si è messa in moto. E le iniziative non mancano, nemmeno su base locale.

Ryan Sitton della Texas Railroad Commission – il primo che aveva esortato gli Usa a tagliare l’output con Mosca e Riad – dice di aver avuto un colloquio telefonico «davvero concreto ed entusiasmante» con il ministro russo dell’Energia Alexandr Novak e di cercare un contatto diretto anche col saudita Abdulaziz bin Salman.

Sempre negli Usa la Oklahoma Energy Producers Alliance ha chiesto alle autorità locali di «smettere di autorizzare la perforazione di pozzi che si rivelerebbero uno spreco economico», mentre in Canada la provincia dell’Alberta – che aveva già imposto quote di produzione per le oil sands – si dice pronta a collaborare a tagli coordinati: «Se vediamo che c’è uno sforzo globale, siamo aperti a ulteriori misure», ha dichiarato il premier Jason Kenney.

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