ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùtagli ancora possibili

Petrolio saudita record, lo shale oil vacilla. Riad ha già vinto?

Prima vittima eccellente negli Usa: Whiting Petroleum, campione dello shale, è in Chapter 11. Intanto Riad fa sfoggio di potenza. Ma l’ipotesi di tagli produzione (magari anche congiunti) non è morta

di Sissi Bellomo

default onloading pic
(REUTERS)

Prima vittima eccellente negli Usa: Whiting Petroleum, campione dello shale, è in Chapter 11. Intanto Riad fa sfoggio di potenza. Ma l’ipotesi di tagli produzione (magari anche congiunti) non è morta


3' di lettura

Il crollo del petrolio ha fatto la prima vittima eccellente negli Stati Uniti: un campione dello shale oil, Whiting Petroleum, che si è appena arreso al Chapter 11. Proprio mentre l’Arabia Saudita, all’indomani della scadenza dei tagli Opec Plus, esibisce tutta la sua potenza.

La produzione di greggio di Riad si è già spinta al record storico di 12 milioni di barili al giorno, dicono fonti Reuters. L’export era salito fin dagli ultimi giorni di febbraio a 9 mbg, dai 7 mbg mantenuti fino a poco tempo fa.

Ma la distinzione tra vincitori e vinti non è così netta come sembra. E non è escluso che i tagli produttivi tornino alla ribalta, magari persino coordinati e con l’inedita partecipazione degli Usa: un’ipotesi appena rilanciata da Donald Trump. La collaborazione, per quanto forzata e inevitabile, potrebbe essere presentata al mondo come un «accordo».

Dalla Casa Bianca il presidente Usa è tornato a commentare il crollo delle quotazioni del barile, che per il Wti rimangono inchiodate a 20 dollari, sui minimi da diciott’anni: un vantaggio per i consumatori, ma anche un fenomeno «doloroso per una delle nostre industrie più grandi, quella petrolifera».

Russi e sauditi «stanno già discutendo» secondo Trump e lui stesso conta di unirsi alle trattative «al momento appropriato, in caso di bisogno». «Tutti quanti ci metteremo insieme e vedremo che cosa possiamo fare, perché non vogliamo perdere un’industria», promette l’inquilino della Casa Bianca: un esito che sembra impossibile, eppure non tutto è come sembra a prima vista.

Con la fine dei tagli Opec Plus, scaduti il 31 marzo, chiunque è libero di produrre greggio a volontà. Ma aprire i rubinetti al massimo non significa essere in grado di vendere. Né di sostenere la produzione, se non si sa dove metterla e i prezzi sono a livelli che non remunerano nessuno.

Il coronavirus ha ridotto la domanda di un quarto, rispetto ai normali 100 milioni di barili al giorno. E lo spazio di stoccaggio si sta esaurendo: anche in mare, a bordo di petroliere, ci sono già 80 mb, un record dal 2009.

Tra i big nessuno vuole mostrarsi debole, men che meno l’Arabia Saudita. Ma persino Riad – che continua a segnalare di non voler scendere a patti – oggi fatica a vendere greggio: le immagini da satellite mostrano che l’export corre e che davanti alle coste saudite sono schierate, in apparenza pronte a salpare, ben 16 super petroliere, con una capacità complessiva di 32 mb. Ma potrebbe essere una cortina di fumo, o meglio: una sorta di gioco delle tre carte.

Gli stessi satelliti mostrano che gran parte del greggio saudita si sta solo spostando da un sito di stoccaggio all’altro, in serbatoi che spesso sono di proprietà della stessa Aramco: non a caso molti barili sono stati scaricati a Sidi Kerir, sulla costa mediterranea dell’Egitto o viaggiano verso Rotterdam. Riad ha ampia capacità di stoccaggio anche a Okinawa, in Giappone, e in diverse località sul Golfo Persico.

Più morbida verso l’ipotesi di trattative sta intanto diventando la Russia. All’inizio della guerra dei prezzi Mosca si diceva pronta ad aumentare la produzione di 300-500mila bg, ma anonimi funzionari hanno riferito alla Reuters che per ora resterà ferma: non è il caso «nelle attuali condizioni del mercato».

Secondo altri rumor i flussi nel maxi-oleodotto Druzhba, che collega la Russia al mercato europeo, ad aprile diminuiranno, visto che le raffinerie clienti hanno ridotto le lavorazioni del 20-30%.

Negli Usa intanto, mentre molti parlamentari chiedono sanzioni e divieti di importazione, un numero crescente di operatori invoca tagli coordinati, piuttosto che dettati dalla disperazione. Tanto la produzione crollerà comunque: meglio provare a difendere i giacimenti da possibili danni.

Come Whiting Petroleum – schiacciata da 262 milioni di dollari di debiti vicini al default– rischiano di finire in amministrazione controllata nel giro di due anni il 40% delle società Usa del settore Oil&Gas, prevede Pickering Energy Partners. Per Mizhuo potrebbe fallire il 70% delle oltre 6mila compagnie americane, spesso piccolissime, attive nell’esplorazione e produzione di idrocarburi.

(articolo modificato alle ore 10.25 del 2 aprile 2020 per correggere un refuso nell’ultimo paragrafo: 262 “milioni” e non “miliardi” di dollari)

PER APPROFONDIRE:
Piazza Affari è davvero a buon mercato?
Euro e dollaro: tre fattori per capire dove andranno le monete

Riproduzione riservata ©
Per saperne di più

loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...