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Petrolio, il virus cinese fa più paura della crisi in Libia

Il prezzo del barile è sceso ai minimi da quasi due mesi, nonostante le forniture di greggio libico siano ancora interrotte e a dispetto di molti altri rischi per l’offerta

di Sissi Bellomo

Libia, Haftar blocca export petrolio a vigilia incontro Berlino

3' di lettura

Manca petrolio dalla Libia, le forniture dall’Iran rimangono off-limits e quelle dall’Iraq appaiono sempre più a rischio. Anche i flussi di greggio dal Kazakhstan alla Cina risultano interrotti, dopo che è stata riscontrata una contaminazione da cloruri organici, la stessa sostanza corrosiva che la primavera scorsa aveva bloccato il maxioleodotto russo Druzhba. Di fronte a un quadro del genere sembra incredibile, ma le quotazioni del petrolio sono scivolate di oltre il 2%, ai minimi da due mesi: 63,24 dollari al barile nel caso del Brent per marzo, mentre il Wti per febbraio è sceso sotto 60 dollari.

Il motivo sembra essere il coronavirus, che dopo aver contagiato oltre 400 persone in Cina (uccidendone 17) è stato isolato per la prima volta anche negli Usa. Ci ha pensato Goldman Sachs a rinfocolare i timori di distruzione della domanda petrolifera, che si erano appena attenuati dopo la tregua commerciale tra Washington e Pechino. La banca ha rievocato l’esperienza dell’epidemia di Sars nel 2003 e dedotto che – se verrà replicata con le stesse modalità, il che è tutto da dimostrare – potrebbe tagliare i consumi di greggio di 260mila bg nel 2020, in parte per via della riduzione dei viaggi in aereo e degli spostamenti in generale, in parte per le ricadute negative sulla crescita economica.

Goldman ha anche calcolato con precisione la discesa del prezzo del barile: 2,90 dollari, anche se «l’iniziale incertezza sulla potenziale portata dell’epidemia potrebbe provocare vendite più intense di quanto giustificato dai fondamentali».

A esacerbare i ribassi secondo la banca potrebbero contribuire l’esposizione rialzista degli speculatori, ancora forte, e la preoccupazione che il virus possa diffondersi ancora più rapidamente, visto che tra poco i cinesi festeggeranno il Capodanno lunare, un periodo di ferie in cui molte persone viaggiano. C’è anche la solita illusione di abbondanza offerta dallo shale oil ad anestetizzare gli investitori di fronte alle tensioni geopolitiche, che nel caso della Libia si sono tradotte in una concreta e rilevante riduzione delle forniture di greggio.

A molti operatori è balzata all’occhio la previsione di un ennesimo record di produzione delle maggiori aree di shale a febbraio, ma l’Energy Information Administration (Eia) ha anche indicato che la crescita mensile sarà la più bassa da un anno: +22mila bg (a 9,2 milioni di bg). A dicembre i pozzi perforati ma non sfruttati (i cosiddetti Duc, Drilled but uncompleted) sono scesi al numero più basso da ottobre 2018, ossia 7.573 in tutto.

Lo shale oil americano, insomma, starebbe davvero frenando. Proprio nel trimestre in cui i tagli Opec Plus si stanno facendo più incisivi e mentre il mercato è rimasto privo (sia pure forse temporaneamente) anche delle forniture libiche: il blocco delle esportazioni di petrolio non si è ancora interrotto e dopo 4 giorni la progressiva chiusura dei giacimenti ha già ridotto la produzione del Paese ad appena 400mila barili al giorno, un crollo di 800mila bg rispetto alla settimana scorsa, ha detto Mustafa Sanallah, ceo della Noc, al Financial Times.

L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) nonostante tutto continua a prevedere un surplus di greggio di 1 mbg nel primo semestre dell’anno. «Vedo un’abbondanza di forniture di energia in termini di petrolio e gas», ha dichiarato il direttore dell’Aie Fatih Birol dal forum economico di Davos. «È questa la ragione per cui gli incidenti che abbiamo visto di recente, dal generale iraniano ucciso ai disordini in Libia, non hanno spinto in rialzo le quotazioni internazionali del greggio».

Per approfondire:
Libia, stop al petrolio per il ricatto di Haftar
Col balzo del petrolio lo shale oil fa il pieno di denaro

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