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Petrolio, sì dell’Opec a maxi tagli. Ma Mosca potrebbe far saltare l’intesa

Non è ancora scontato il via libera della Russia al piano di ridurre la produzione di greggio di altri 1,5 milioni di barili al giorno, già approvato dall’Opec. Una bocciatura segnerebbe la fine della coalizione Opec Plus

di Sissi Bellomo

(IMAGOECONOMICA)

3' di lettura

Il destino del petrolio è in mano alla Russia. Di fronte all’emergenza coronavirus i Paesi dell’Opec si sono accordati facilmente sulla necessità di tagli di produzione extra per 1,5 milioni di barili al giorno. Ma l’ulteriore chiusura dei rubinetti è condizionata alla partecipazione di Mosca e degli altri alleati. E il via libera è tutt’altro che scontato.

A poche ore dalla riunione conclusiva del vertice a Vienna (e dopo che l’Opec aveva già reso ufficiale la sua decisione)  il ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, continuava a sostenere che l’intesa doveva ancora essere raggiunta.

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In molte altre occasioni, compreso il vertice dello scorso dicembre, Mosca ha fatto sospirare fino all’ultimo la sua collaborazione alle politiche dell’Opec. Ma la coalizione Opec Plus – nata nel 2016 e in seguito trasformata in un organismo stabile – finora ha sempre tenuto, dimostrandosi efficace nel difendere le entrate, se non le quote di mercato, dei produttori che ne fanno parte.

Se questa volta i Paesi non Opec dovessero bocciare la proposta di un’azione comune, l’alleanza sarebbe probabilmente arrivata al capolinea.

Il no della Russia potrebbe anche far saltare del tutto l’accordo appena approvato, togliendo ogni freno alla caduta delle quotazioni del greggio. L’Opec – che ha ridotto le previsioni sulla crescita della domanda ad appena 480mila bg nel 2020 – specifica nel comunicato finale che un terzo dei tagli produttivi extra (ossia 500mila bg) dovranno essere fatti dai Paesi esterni al gruppo.

«Se non accettano, non c’è nessun accordo», ha avvertito il ministro iraniano Bijan Zanganeh.

Il Brent, già in ribasso di oltre un quinto quest’anno, ha reagito male agli ultimi sviluppi, ripiegando dell’1,5% versi 50 dollari al barile.

È stata l’Arabia Saudita a premere per la rimozione dal mercato di altri 1,5 mbg di greggio nel secondo trimestre o eventualmente più a lungo (il piano sarà rivisto al prossimo vertice, fissato il 9 giugno).

Compreso il taglio già in vigore da gennaio, si arriverebbe a 3,6 milioni di barili al giorno: la riduzione più ampia da quella decisa nel 2008 dopo il collasso di Lehman Brothers. All’epoca l’Opec, senza aiuti esterni, si accollò un taglio di 4,2 mbg.

Anche la Russia si è convinta della necessità di continuare a limitare l’offerta nel secondo trimestre. Ma le esitazioni sull’entità dei tagli stavolta sembrano qualcosa di più di un semplice tattica negoziale o una recita mirata a influenzare il mercato.

La durata e gli impatti economici dell’epidemia da coronavirus restano incerti per chiunque. E dal punto di vista dei produttori di petrolio c’è anche l’incognita della Libia: le forniture dal Paese nordafricano si sono ridotte di 1 mbg a causa del blocco dei porti imposto dal generale Khalifa Haftar, ma potrebbero risalire in fretta, anche se la prospettiva non sembra imminente.

Sulla domanda di petrolio si sta diffondendo un pessimismo crescente: l’idea che quest’anno possa addirittura diminuire sta prendendo piede e anche i colossi del trading –Vitol, Trafigura e Gunvor, che insieme trasportano quasi 15 mbg – ora pensano che la crescita della domanda sarà tuttalpiù marginale.

L’Opec stessa osserva che il coronavirus ha creato «una situazione senza precedenti» e che «la continua mutazione delle dinamiche sul mercato» comporta la possibilità di ulteriori danni alla domanda.

La Russia – che riesce a far quadrare i conti pubblici anche con il Brent a 40 dollari – potrebbe comunque permettersi di temporeggiare, evitando di cedere ulteriori quote di mercato agli Stati Uniti dello shale oil.

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