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Petrolio, si spezza l’asse Mosca-Riad: niente tagli dall’Opec Plus

La Russia non ratifica l’accordo su nuovi tagli della produzione di greggio. Ora l’alleanza con l’Opec è a rischio. E il petrolio affonda del 9%, ai minimi da tre anni

di Sissi Bellomo

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Vienna. Abdulaziz bin Salman Al-Saud e Alexander Novak (Reuters)

La Russia non ratifica l’accordo su nuovi tagli della produzione di greggio. Ora l’alleanza con l’Opec è a rischio. E il petrolio affonda del 9%, ai minimi da tre anni


4' di lettura

L’Opec ha voluto giocare alla roulette russa. E ha perso. Mosca ha rifiutato di avallare il maxi-taglio di produzione che le era stato di fatto imposto. E a quel punto è crollato tutto: non solo il piano per ridurre ulteriormente l’offerta di petrolio in risposta al coronavirus, ma anche le quote produttive già in vigore – che verranno meno a fine mese – e forse persino l’Opec Plus, un’alleanza che ha appena tre anni di vita e che era stata formalizzata solo a luglio come organismo «permanente».

Anche il prezzo del greggio ovviamente è crollato, in modo davvero rovinoso. Il Brent ha registrato punte di ribasso superiori al 9%, scendendo vicino a 45 dollari al barile, su livelli che non toccava dall’estate 2017. Il Wti è invece scivolato sotto 42 dollari, ai minimi da agosto 2016. E lunedì mattina lo schianto è stato ancora più fragoroso.

Entrambi i benchmark sono ora in ribasso di oltre il 30% dall’inizio anno e hanno perso un quinto del valore da quando, prima in Cina e poi nel resto del mondo, l’epidemia ha cominciato a diffondersi.

Liberi tutti
L’ondata di vendite sul mercato era cominciata prima ancora che il fallimento del vertice di Vienna venisse reso ufficiale, mentre si rincorrevano frenetiche e talvolta contraddittorie indiscrezioni sul braccio di ferro tra russi e sauditi. Alla fine si è avverato lo scenario peggiore.

«Dal 1° aprile non ci saranno più restrizioni a produrre né per l’Opec né per i Paesi non Opec», ha dichiarato il ministro russo Alexander Novak abbandonando il vertice. «Abbiamo preso la dolorosa decisione di aggiornare la riunione, ma le consultazioni proseguiranno», ha chiarito il segretario generale dell’Opec Mohammed Barkindo.

I prossimi contatti avverranno comunque «nella cornice della Dichiarazione di cooperazione» (ossia nell’ambito dell’Opec Plus), specifica un comunicato dell’Opec, distribuito a Vienna, ma che in serata non compariva sul sito del gruppo. L’obiettivo, afferma la nota, è «determinare le azioni necessarie per stabilizzare il mercato del petrolio».

Sfida allo shale oil
Neanche Novak a dire il vero ha chiuso del tutto la porta agli alleati: «La cooperazione nell’ambito dell’Opec Plus proseguirà», ha detto il russo. Ma per fissare la data del prossimo incontro bisognerà prima «osservare la situazione del coronavirus e il comportamento di altri Paesi». È probabile che il riferimento sia agli Stati Uniti e ai suoi produttori di shale oil, ai quali Mosca non vuole cedere ulteriore terreno e che ora spera di indurre alla resa lasciando che il prezzo del petrolio affondi a livelli insostenibili.

La stessa strategia era stata applicata anche dall’Arabia Saudita nel 2015, ai tempi del ministro Ali Al Naimi, ma era sfociata in un clamoroso insuccesso. Il passo successivo era stato proprio l’alleanza con la Russia, che ha restituito all’Opec il potere di regolare l’offerta di petrolio.

La definitiva rottura di questo asse costituirebbe una pericolosa sconfitta per Riad. Visibilmente contrariato, il principe ministro saudita, Abdulaziz Bin Salman, ha evitato ogni commento. A fine vertice, solo una battuta sulla futura produzione di petrolio del Regno: «La lascerò alla vostra immaginazione».

L’ultimatum
L’Opec aveva messo la Russia spalle al muro approvando nuovi tagli produttivi di 1,5 milioni di barili al giorno, di cui un terzo a carico degli alleati esterni. Anche i tempi dell’intervento erano già definiti: l’Opec dapprima aveva deciso di limitare i tagli extra al secondo trimestre, poi – in modo poco ortodosso, dopo che la riunione si era già sciolta – aveva corretto il tiro, estendendone la durata a tutto l’anno. L’obiettivo, contando anche i tagli già in vigore, sarebbe stato rimuovere dal mercato ben 3,6 mbg, ossia quasi il 4% dell’offerta globale di greggio: un taglio record, superiore in termini percentuali persino a quello effettuato a fine 2008 dopo il collasso di Lehman Brothers.

L’Arabia Saudita, ispiratrice del piano, aveva però fatto i conti senza l’oste. Di fronte al fatto compiuto la Russia aveva soltanto due possibilità: chinare la testa e accettare un accordo preconfezionato, oppure rifiutarlo in blocco evitando di perdere la faccia. Ha scelto – logicamente, verrebbe da dire – la seconda opzione.

Nessun compromesso
A nulla sono serviti i tentativi di convincere il ministro Novak, che dopo una breve puntata in patria per consultazioni al Cremlino era rientrato Vienna con un mandato evidentemente molto preciso. La riunione dei Paesi non Opec è iniziata con ben sei ore di ritardo per lasciare spazio alle trattative bilaterali. Ma stavolta non c’è stato spazio per nessun compromesso.

«Negli ultimi tre anni la Russia, un Paese non Opec, è riuscita a ottenere in pratica un potere di veto sulle decisioni dell’Opec», commenta Ellen Wald, senior fellow dell’Atlantic Council. «Il coronavirus ha fatto un’altra vittima: l’alleanza dei produttori – afferma Roger Diwan, vicepresidente di IHS Markit – Di fronte a un drammatico declino della domanda stanno gettando la spugna. È porobabile che nel prossimo trimestre vedremo scendere il prezzo del petrolio ai minimi da vent’anni».

Futuro incerto
A questo punto rischia in effetti di venir meno anche l’impegno dell’Opec a proseguire con i tagli produttivi dopo marzo, quando scadrà il patto oggi in vigore. «Non c’è nessun piano B – aveva avvertito il ministro iraniano Bijan Zanganeh – Se i Paesi non Opec non accettano l’accordo, allora non c’è nessun accordo».Lo stesso Zanganeh ieri ha comunque preannunciato «ulteriori consultazioniin un clima meno teso, per raggiungere un nuovo accordo da implementare il prima possibile».

Per il mercato il fallimento del vertice di ieri è stato «un enorme colpo psicologico», riconosce Ann-Louise Hittle, vice presidente di Wood Mackenzie. Tuttavia, «per qualsiasi produttore sarà difficile aumentare molto l’output con la domanda così debole e la probabilità che la debolezza prosegua nel secondo trimestre».Nel frattempo lo shale oil americano, già in crisi per il ridotto accesso al credito, potrebbe davvero cedere, anche se « ci vorranno 6-9 mesi di riduzione della spesa per avere una produzione più bassa nei Lower-48», ricorda Hittle.

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