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Petrolio sotto 20 dollari, ora i pozzi iniziano a chiudere

In alcune aree il greggio registra prezzi negativi: bisogna pagare per farselo portare via. Ma non si riesce: la domanda è diminuita di un quarto con il coronavirus. Le raffinerie chiudono e lo spazio di stoccaggio si sta esaurendo

di Sissi Bellomo

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(IMAGOECONOMICA)

In alcune aree il greggio registra prezzi negativi: bisogna pagare per farselo portare via. Ma non si riesce: la domanda è diminuita di un quarto con il coronavirus. Le raffinerie chiudono e lo spazio di stoccaggio si sta esaurendo


2' di lettura

Petrolio sotto 20 dollari al barile. L’ennesima soglia di prezzo ha ceduto al ribasso, portando il Wti a scivolare fino a 19,92 dollari. Il Brent, arrivando a perdere oltre il 9%, ha toccato quota 22,58 dollari, il minimo da novembre 2002.

I prezzi negativi sono intanto diventati una realtà, sia pure in aree geografiche circoscritte.E alcuni produttori hanno iniziato a fermare le trivelle: un’azione troppo rapida rischia di essere irreversibile. E quando il mondo tornerà a bruciare petrolio a pieno ritmo, il rischio è che non ce ne sarà abbastanza.

In tempi di coronavirus e di guerre dei prezzi, il mercato fisico – dove non si scambiano barili di carta, ma greggio “vero” – segnala che bisogna pagare per farsi portare via la produzione. Ma è una soluzione teorica: se le raffinerie chiudono e gli spazi di stoccaggio sono insufficienti, bisogna tagliare la produzione. Non c’è scelta.

Negli Usa alcuni operatori di oleodotti stanno chiedendo alle società di shale oil di fare proprio questo: chiudere i pozzi.

Ora che metà della popolazione mondiale è chiusa in casa per evitare il contagio, i consumi petroliferi stanno crollando come non avevano mai fatto prima, nemmeno all’indomani della Grande depressione del 1929.

Non passa giorno senza che gli analisti non siano costretti a rivedere le stime: adesso molti calcolano che la domanda globale di greggio – fino a poco tempo fa intorno a 100 milioni di barili al giorno – si sia ridotta di un quarto.

Lo spazio di stoccaggio per i barili inutilizzati si sta intanto esaurendo rapidamente – alcuni dicono che è questione di settimane – anche se dal mercato dei futures arriva un forte incentivo economico a mettere da parte il greggio in attesa di tempi migliori.

Il Brent è in supercontango: un barile per consegna tra 12 mesi vale oltre 13 dollari in più rispetto a uno per pronta consegna, uno spread senza precedenti, ancora più ampio di quello che nel 2008-2009 aveva incoraggiato l’accumulo di scorte ovunque, anche a bordo di petroliere.

Accade anche adesso che il petrolio venga stoccato sulle navi. Ma non è alla portata di chiunque: i noli sono alle stelle e alcuni giacimenti sono troppo lontani dal mare (o mal collegati ai porti).

In ogni caso oggi il mondo è cambiato, rispetto alle crisi degli anni passati. Oggi è il mondo del coronavirus e delle sfide all’ultimo sangue tra produttori. Chi rimane in piedi –Russia e Arabia Saudita, probabilmente anche gli Usa nell’insieme, e le compagnie private più solide – potrà rifarsi quando il prezzo del petrolio tornerà a correre. Tra gli altri si farà fatica a contare morti e feriti.

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