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Petrolio sotto 30 dollari, ma Aramco difende la supercedola

La compagnia petrolifera saudita conferma che pagherà 75 miliardi di dollari di dividendi nel 2020, anche se il crollo dei prezzi del petrolio mette alla prova il suo bilancio

di Sissi Bellomo

Coronavirus: l'affondo del petrolio

La compagnia petrolifera saudita conferma che pagherà 75 miliardi di dollari di dividendi nel 2020, anche se il crollo dei prezzi del petrolio mette alla prova il suo bilancio


2' di lettura

Il crollo del petrolio fa soffrire anche Saudi Aramco. Ma il colosso saudita non taglia: né la produzione, che anzi si spingerà presto a livelli record, né la cedola. Nelle stesse ore in cui il Brent scendeva sotto 30 dollari al barile, Riad ha confermato che manterrà la promessa di versare agli azionisti privati 75 miliardi di dollari di dividendi nel 2020. Una somma enorme, soprattutto alla luce delle attuali condizioni di mercato.

Negli ultimi dieci giorni la crisi sul mercato del petrolio, acuita dalla guerra dei prezzi tra Mosca e Riad, è già costata 140 miliardi di capitalizzazione alla compagnia saudita, quotata in Borsa lo scorso dicembre: una perdita virtuale, certo, ma di dimensioni immense, pari al Pil del Kuwait.

Per Aramco potrebbe sembrare poca cosa. Con l’Ipo era riuscita a ottenere una valutazione iniziale di 1.700 miliardi di dollari, saliti in seguito ai 2mila miliardi ambiti dal principe Mohammed bin Salman. Ma ora le condizioni del mercato hanno preso davvero una brutta piega.

Leggi anche:Shock economico e «nuovi» consumi, cosa accadrà? Gli esempi di Urss 1989 e Usa 2008

La pandemia di coronavirus ha fatto crollare i consumi di greggio con un’intensità che secondo alcuni analisti non ha precedenti nella storia, proprio mentre i produttori – Arabia Saudita in testa – sono lanciati a estrarre quantità record. Ihs Markit stima che tra febbraio e maggio potrebbe esserci un eccesso di offerta tra 4 e 10 milioni di barili al giorno, che porterà ad accumulare nel primo semestre scorte di 0,8- 1,3 miliardi di barili, due o tre volte il surplus del 2015-2016.

Saudi Aramco, che anche dopo l’Ipo resta manovrata dalla casa reale, andrà avanti secondo i piani. Le forniture, ha confermato il ceo Amin Nasser presentando il bilancio 2019, saliranno a 12,3 mbg ad aprile, attingendo 300mila bg dalle scorte. E si manterranno sugli stessi livelli anche a maggio.

Intanto la compagnia si metterà all’opera per espandere la capacità produttiva a 13 mbg con una tabella di marcia «accelerata», per quanto tuttora vaga. Il colosso saudita già nel 2019 ha visto ridursi i profitti netti di un quinto (a 88,2 miliardi di dollari), a causa di prezzi e volumi di vendita ridotti. Su questi ultimi è pronta a recuperare, ma il valore del greggio da inizio anno si è più che dimezzato.

«Siamo a nostro agio col petrolio a 30 dollari e anche meno e potremo soddisfare le aspettative degli azionisti», ha assicurato lunedì il direttore finanziario di Aramco, Khalid al-Dabbagh. Ma intanto la compagnia, «a causa del coronavirus», ha ridotto il budget per gli investimenti (capex): da 32,8 miliardi dell’anno scorso a 25-30 miliardi quest’anno.

Per mantenere tutte le promesse ci sono probabilmente solo due strade: attingere alle casse dello Stato, oppure collocare altro debito sul mercato. Il prezzo da pagare, in entrambi i casi, potrebbe essere alto.

Per approfondire:
Petrolio, la guerra dei prezzi Russia-Arabia causa il maggior crollo dal 1991
Coronavirus e mercati, bilancio del primo mese di emergenza

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