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Petrolio, i tagli (non più impossibili) di Usa, Russia e Arabia Saudita

Donald Trump ha rilanciato l’ipotesi di un’inedita alleanza per salvare il petrolio. Tra i grandi produttori nessuno vuole apparire debole, ma i tagli congiunti (voluti o no) arriveranno

di Sissi Bellomo

Non solo coronavirus dietro al crollo del petrolio

Donald Trump ha rilanciato l’ipotesi di un’inedita alleanza per salvare il petrolio. Tra i grandi produttori nessuno vuole apparire debole, ma i tagli congiunti (voluti o no) arriveranno


4' di lettura

Stati Uniti, Russia e Arabia Saudita insieme per salvare il petrolio. L’idea di un’inedita alleanza fra le tre potenze è stata rilanciata da Donald Trump. E anche se l’ipotesi di tagli di produzione congiunti sembra una chimera, sul mercato si sta già realizzando qualche forma di collaborazione, magari forzata e inevitabile, ma che a un certo punto potrebbe essere presentata al mondo come un «accordo».

«Insieme per non perdere un’industria»
Dalla Casa Bianca il presidente Usa è tornato a commentare il crollo delle quotazioni del greggio, che ormai «in alcune parti del mondo probabilmente vale meno dell’acqua»: un vantaggio per i consumatori, ma anche un fenomeno «doloroso per una delle nostre industrie più grandi, quella petrolifera».

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«Ne ho parlato con il presidente (russo) Putin e ne ho anche parlato col principe, quello dell’Arabia Saudita», ha detto Trump. «Si metteranno insieme, tutti quanti ci metteremo insieme e vedremo che cosa possiamo fare, perché non vogliamo perdere un’industria».

Secondo Trump, Mosca e Riad «stanno già discutendo» e lui stesso prenderà parte alle trattative «al momento appropriato, se ce ne sarà bisogno».

Appena finito l’accordo Opec Plus
L’inquilino della Casa Bianca ha parlato proprio mentre il vecchio accordo sui tagli di produzione dell’Opec Plus arrivava a scadenza: dal 1° aprile i 13 Paesi dell’Opec, la Russia e gli altri 9 alleati sono tutti liberi di estrarre greggio a volontà. Ma aprire i rubinetti al massimo non significa essere in grado di vendere. Né di sostenere la produzione, se non si sa dove metterla e se il prezzo del barile è a livelli che non remunerano nessuno.

La pandemia da coronavirus ha fatto crollare la domanda petrolifera come non era mai accaduto prima nella storia. Secondo molti analisti questa settimana i consumi sono ridotti addirittura di un quarto rispetto ai normali 100 milioni di barili al giorno. E lo spazio nei serbatoi di stoccaggio si sta esaurendo: un fenomeno che in alcune aree del mondo sta spingendo addirittura in negativo il prezzo del greggio.

Colossi dai piedi d’argilla
Nessuno dei tre big – Usa, Russia e Arabia Saudita – vuole mostrarsi debole. E Riad in particolare per ora segnala di non avere alcuna intenzione di scendere a patti. Più possibilista Mosca: all’inizio della guerra dei prezzi si era detta pronta ad aumentare la produzione di 300mila ed eventualmente anche 500mila barili al giorno, ma anonimi funzionari hanno detto alla Reuters che in questo momento non farà nulla, perché non è il caso «viste le attuali condizioni del mercato».

Fonti della stessa Reuters sostengono che i flussi nel maxi-oleodotto Druzhba, che collega la Russia al mercato europeo, in realtà diminuiranno ad aprile, visto che le raffinerie clienti stanno tagliando le lavorazioni del 20-30%.

Il crollo dei prezzi e della domanda ha messo in gravi difficoltà nel frattempo anche i produttori degli Stati Uniti – soprattutto quelli dello shale oil – e persino l’Arabia Saudita starebbe faticando a piazzare il suo greggio, anche se continua a fare sfoggio di potenza.

Il gioco delle tre carte in versione saudita
Saudi Aramco già nell’ultima settimana di marzo ha aumentato le esportazioni da 7 a 9 milioni di barili al giorno, dicono i sistemi di monitoraggio satellitare. Lungo le sue coste sono schierate – apparentemente pronte a salpare – ben 16 super petroliere, con una capacità complessiva di 32 milioni di barili.

Gli stessi satelliti spia però dicono anche che gran parte del greggio saudita si sta solo spostando da un sito di stoccaggio all’altro: molti barili sono stati scaricati nei serbatoi di Sidi Kerir, sulla costa mediterranea dell’Egitto, altri vanno verso il porto di Rotterdam o verso i grandi hub asiatici, come Singapore.

Almeno in parte Riad, che possiede grande capacità di stoccaggio in diverse aree del mondo, sta solo facendo il gioco delle tre carte.

I tagli dello shale oil
Negli Stati Uniti intanto, mentre molti parlamentari chiedono sanzioni e divieti di importazione per spingere altri produttori allo sporco lavoro dei tagli, un numero crescente di operatori dello shale oil alza bandiera bianca. Whiting Petroleum ad esempio ha appena avviato le procedure per il Chapter 11.

Lo stesso Trump ancora pochi giorni fa chiamava «pazzi» i russi e i sauditi, che volevano pompare greggio a tutto spiano. Adesso sono gli stessi petrolieri americani (o almeno una parte di loro) a chiedere azioni coordinate per ridurre l’offerta.

Due dei maggiori produttori di shale oil, Pioneer Natural Resources e Parsley Energy, hanno inoltrato una richiesta formale per una riunione d’emergenza della Texas Railroad Commission (titolata in teoria ad imporre tagli alle compagnie).

La situazione è così grave, avvertono, che nel giro di 18 mesi la produzione di greggio degli Usa potrebbe quasi dimezzare: dagli attuali 13 milioni di barili al giorno ad appena 7 milioni di bg.

Per approfondire:
Adesso persino i sauditi faticano a vendere petrolio
Petrolio, ora gli Usa studiano tagli in stile Opec

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