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Petrolio: tagli Opec+ da 10 milioni di barili, Riad specula sulle Major

Pace fatta tra Arabia Saudita e Russia, che fermano la guerra dei prezzi. Si attende un ulteriore contributo ai tagli dal G20 Energia, che si riunisce venerdì 10 nel pomeriggio

di Sissi Bellomo

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(REUTERS)

Pace fatta tra Arabia Saudita e Russia, che fermano la guerra dei prezzi. Si attende un ulteriore contributo ai tagli dal G20 Energia, che si riunisce venerdì 10 nel pomeriggio


3' di lettura

L’Arabia Saudita ha giocato su due tavoli, da un lato intessendo un accordo globale per un taglio senza precedenti della produzione di petrolio, dall’altro spendendo un miliardo di dollari per acquistare a prezzi di saldo azioni delle maggiori compagnie europee, tra cui anche l’Eni: “investimenti” sicuri nel caso in cui si sappia già che direzione prenderanno le quotazioni del barile, che i titoli del settore di solito seguono in scia. Parlare di insider trading è troppo, ma il sospetto che a vantaggio di Riad ci sia quanto meno un’asimmetria informativa è difficile da sopire.

Sia pure faticosamente, entro Pasqua tutti i tasselli potrebbero mettersi a posto. Il vertice in teleconferenza dell’Opec Plus giovedì 9 si è protratto a lungo, senza riuscire a superare le resistenze del Messico. Ma ha sancito la fine (o almeno una tregua) della guerra dei prezzi tra Russia e Arabia Saudita. E tra i delegati c’è fiducia che nelle prossime ore ogni divergenza, almeno con i messicani, si possa ricomporre.

La coalizione offre un taglio di produzione di 10 milioni di barili al giorno – la metà a carico di Mosca e Riad – al quale potrebbe aggiungersi un’ulteriore riduzione da 5 mbg da parte di altri big del petrolio, da annunciare alla riunione straordinaria del G20 Energia.

Il segretario generale dell’Opec, Mohammed Barkindo, aveva rivolto un appello accorato inaugurando il webinar: «Il Covid-19 è una bestia mai vista, che sembra travolgere qualsiasi cosa sul suo cammino» e i fondamentali del petrolio oggi sono «terrificanti».

L’eccesso di offerta è tale che secondo l’Opec la capacità globale di stoccaggio rischia di esaurirsi entro maggio. «La nostra industria soffre un’emorragia – ha concluso Barkindo – e finora nessuno è riuscito a fermare il sangue».

Il mercato, in attesa del G20, non ha reagito bene: dopo un balzo di oltre il 10% nel corso della seduta, le quotazioni del Brent hanno ripiegato sotto 32 dollari al barile, quelle del Wti intorno a 23 dollari. Ma è difficile pensare che l’Opec Plus si sarebbe esposta se non fosse stata sicura di una contributo dagli altri big del petrolio.

Le incursioni in Borsa dell’Arabia Saudita risalgono alla settimana scorsa, quando un’accordo stava già prendendo forma. Secondo il Wall Street Journal, il primo a rivelare la notizia, il fondo sovrano di Riad avrebbe acquistato sul mercato azioni di quattro compagnie, per un controvalore totale di un miliardo di dollari.

Accanto all’Eni, nel mirino sono finite l’anglo-olandese Royal Dutch Shell, la francese Total e la norvegese Equinor, l’unica per cui è ufficiale l’ingresso dei sauditi nel capitale (con lo 0,43% al 6 aprile, rilevato per 200 milioni).

È probabile che nessuna delle partecipazioni superi la soglia dell’1%, che in Italia rende obbligatoria la comunicazione entro 5 giorni alle autorità di vigilanza. I movimenti sul titolo Eni non sono comunque sfuggiti all’attenzione della Consob, che li aveva notati prima ancora che circolassero i rumor, durante le consuete attività di revisione dei transaction reports trasmessi da Borsa italiana.

La guardia rimane alta, soprattutto in questo periodo difficile sui mercati e per una società strategica come quella del Cane a sei zampe.

Da San Donato nessun commento sulla vicenda. La partecipazione saudita potrebbe comunque essere – almeno per ora – limitata, se le voci sull’importo complessivo degli acquisti sono veritiere. Rilevare l’1% di Eni ai valori attuali costerebbe circa 340 milioni di dollari.

Molti investitori hanno probabilmente trovato appetibili le valutazioni raggiunte dalle compagnie petrolifere: il settore è tra quelli che hanno sofferto di più non solo quest’anno, ma anche nel 2019. E le azioni delle major europee hanno perso circa il 30% da inizio gennaio.

La strategia di Riad non sarebbe dunque priva di razionalità, anche se la porta lontano dall’obiettivo di diversificare l’economia. Ma il Public Investment Fund (Pif) non è un investitore qualunque.

Il fondo sovrano saudita, che possiede asset per circa 300 miliardi di dollari, è controllato dalla casa reale e l’uomo che lo dirige, Yasir al-Rumayyan, è uno dei consiglieri più fidati del principe ereditario Mohammed Bin Salman, che gli ha affidato anche la presidenza di Saudi Aramco: un osservatorio privilegiato sulle politiche produttive dell’unica potenza petrolifera al mondo in grado di aumentare o diminuire a piacere l’estrazione di greggio.

(aggiornato alle 11 del 10 aprile 2020 per registrare le resistenze del Messico)

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