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Petrolio in tensione per il Venezuela (ma anche per Iran e oleodotto russo)

di Sissi Bellomo


(REUTERS)

2' di lettura

Gli scontri in Venezuela, ormai sull’orlo di una guerra civile, hanno riportato in tensione il petrolio spingendo le quotazioni del Brent sopra 73 dollari al barile. Il rialzo è comunque rimasto contenuto a poco più dell’1%, insufficiente per rivisitare il picco della settimana scorsa, a 75,60 dollari, record da sei mesi.

Gli ultimi sviluppi nel Paese sudamericano non sono facili da decifrare, ma ieri non ci sono stati incidenti in prossimità di impianti petroliferi. E il mercato sconta già da tempo le drammatiche condizioni in cui è precipitata l’industria estrattiva locale.

La produzione di greggio di Caracas – che possiede le riserve di idrocarburi più ricche del mondo– è crollata di quasi due terzi negli ultimi due anni e ad aprile secondo stime Reuters si è ridotta ancora, a 800mila barili al giorno.

Juan Guaidò ha promesso ponti d’oro alle compagnie petrolifere straniere per favorire un rapido recupero del settore, nel caso in cui riesca a spodestare il presidente Nicolas Maduro. Ma non è detto che il colpo di Stato abbia successo. E anche se fosse, è probabile che ci vorrebbe molto tempo per riconquistare appieno la fiducia degli investitori. I danni alle infrastrutture intanto sono sempre più gravi.

Le sanzioni Usa, che si stanno focalizzando sempre di più sull’export di greggio, sono solo un aspetto delle difficoltà. Per anni la compagnia locale Pdvsa è stata amministrata in modo dissennato e oggi gli impianti cadono a pezzi.

I blackout sempre più frequenti e prolungati stanno dando il colpo di grazia anche alle joint venture nella fascia dell’Orinoco, che finora hanno sorretto la produzione: gli upgrader, che servono a trattare il greggio extrapesante, funzionano a singhiozzo e da documenti filtrati alla Reuters sono emerse gravissime difficoltà. L’impianto Petropiar, partecipato da Chevron, avrebbe prodotto appena 74mila barili al giorno nella prima metà di aprile, contro i 132mila bg di gennaio e a fronte di una capacità di 190mila bg.

Il crollo della produzione venezuelana si somma a molte altre limitazioni dell’offerta di petrolio, che minacciano di infiammare le quotazioni del barile, già in rialzo di quasi il 40% da inizio anno.

Il mancato rinnovo degli esoneri dalle sanzioni Usa da domani ridurrà ulteriormente le forniture dall’Iran . E l’Arabia Saudita continua a smentire di essere pronta ad aprire i rubinetti con sollecitudine, come pretende Donald Trump: il ministro saudita Khalid Al Falih proprio ieri ha anzi dichiarato alla Ria Novosti che l’Opec Plus potrebbe prolungare fino a fine anno l’accordo sui tagli e che Riad a maggio continuerà ad estrarre «significativamente meno» di 10 milioni di barili al giorno.

A tutto ciò si aggiunge il problema della Druzhba . Nel maxioleodotto dalla Russia – che trasporta oltre 1 mbg di greggio Ural, simile alle varietà iraniane – sono state trovate sostanze corrosive che hanno portato a chiudere l’intera rete. I lavori di ripristino sono cominciati, ma la Bielorussia ieri ha avvertito che ci vorranno diversi mesi perché la pipeline torni a funzionare a pieno regime.

@SissiBellomo

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