i futures segnalano una svolta

Petrolio troppo caro? Il mercato ora vede il barile sopra 70 dollari fino al 2020

di Sissi Bellomo

Venezuela, quando il petrolio non porta più ricchezza


3' di lettura

Dopo anni di petrolio in eccesso il mercato ha improvvisamente realizzato che l’offerta in realtà ben presto rischierà di non bastare, una presa di coscienza che si è tradotta in un risveglio dei prezzi del greggio anche per le consegne più lontane nel tempo: se il Brent a pronti è di nuovo balzato sopra 80 dollari al barile, ora non c’è più nessuna scadenza dei futures, da qui al 2020, che costi meno di 70 dollari. Il prezzo supera 60 dollari per tutti i contratti esistenti, fino a dicembre 2024.

Lo spostamento della curva dei futures – un evento cruciale non solo per decifrare l’umore degli investitori, ma anche per determinare le scelte delle compagnie petrolifere – è un evento recente, anzi recentissimo. E osservando i grafici è evidente quale sia stato il segnale di allarme che ha convinto gli investitori: l’impennata vera e propria per le scadenze lontane inizia l’8 maggio, il giorno in cui gli Stati Uniti hanno ripristinato le sanzioni contro l’Iran.

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Questa decisione, insieme al crollo sempre più rapido della produzione venezuelana, finirà col sottrarre a lungo al mercato una quota importante di forniture che non sarà facile sostituire, nonostante tutta la retorica sui miracoli dello shale oil e dell’auto elettrica.

«Il mercato sta in effetti dicendo che il “lower for longer” è morto», afferma Amrita Sen di Energy Aspects in un editoriale sul Financial Times, riferendosi alla celebre frase coniata nel 2015 da Bob Dudley, ceo di Bp, rimasta a lungo una sorta di mantra nel settore. Sen, come già altri analisti, ritiene che a questo punto le quotazioni del barile possano salire «a 100 dollari e forse anche oltre, addirittura prima della seconda metà del prossimo anno, come ci aspettavamo».

Lo scenario per il Venezuela in particolare peggiora ogni giorno di più. Dopo le elezioni che hanno confermato il presidente Nicolas Maduro, gli Usa hanno adottato nuove sanzioni contro Caracas che – pur continuando (per ora) a non toccare direttamente il commercio di greggio e derivati – rischiano comunque di aggravare la crisi dell’industria petrolifera locale.

Nel sistema finanziario americano (quindi di fatto in tutto il mondo industrializzato) non si può più scambiare nessun titolo di debito emesso dal Venezuela o da Pdvsa, comprese le cambiali che da anni la compagnia rilascia a partner e fornitori stranieri. Washington proibisce inoltre il trasferimento o l’impiego come collaterale di quote delle società di cui Caracas possiede oltre il 50%, una mossa probabilmente diretta ad evitare operazioni per proteggere da pignoramenti Citgo, la controllata di Pdvsa negli Usa.

Il Venezuela ha già perso in un anno oltre 500mila barili di greggio al giorno e la sua produzione, dagli attuali 1,4 milioni di bg, potrebbe ora scendere sotto un milione di bg, stimano molti analisti. Una perdita che potrebbe dare il colpo definitivo al Paese sudamericano e che rappresenta un grave rischio anche per i mercati petroliferi.

I nodi stanno infatti venendo al pettine dopo il crollo degli investimenti nel settore, che ha portato a trascurare soprattutto i giacimenti convenzionali. Lo shale oil americano da solo ha già dimostrato di non poter colmare ogni carenza:  benché le estrazioni di greggio negli Usa siano aumentate di oltre il 20% in due anni, a 10,7 mbg, il mercato oggi è comunque in deficit di offerta. Un risultato frutto dei tagli produttivi decisi da Opec e Russia, che si sono sommati al declino involontario dell’output in numerosi Paesi, non solo il Venezuela, ma anche l’Angola, il Messico, il Brasile, per citare solo i principali.

Il caro-petrolio potrebbe rallentare la crescita della domanda. Ma di certo, a meno di una recessione globale, non potrà esserci un crollo pari a quello che sta subendo l’offerta, nemmeno se la diffusione dei veicoli elettrici accelerasse in modo strepitoso. I consumi promettono anzi di crescere ancora a lungo, al traino del settore petrolchimico e del trasporto marittimo, che dal 2020 dovrebbe impiegare più diesel per rispondere all’obbligo di ridurre le emissioni di zolfo.

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