l’aie appoggia i sauditii

Petrolio, svolta sui tagli: G20 straordinario per decidere

Al piano per una riunione – forse già venerdì – stanno lavorando i sauditi e anche l’Agenzia internazionale dell’energia. Gli Usa potrebbero trovare accettabile un compromesso, perché non sarebbero costretti a un’imbarazzante alleanza con l’Opec.

di Sissi Bellomo

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(AFP)

Al piano per una riunione – forse già venerdì – stanno lavorando i sauditi e anche l’Agenzia internazionale dell’energia. Gli Usa potrebbero trovare accettabile un compromesso, perché non sarebbero costretti a un’imbarazzante alleanza con l’Opec.


4' di lettura

Più vicina un’intesa globale per tagliare la produzione di petrolio. I sauditi, ora appoggiati dall’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), intendono convocare un G20 straordinario dei ministri dell’Energia. Sul tavolo c’è già un piano confezionato in modo da superare le resistenze di tutti.

Il contesto toglierebbe dall’imbarazzo i grandi fornitori che non vogliono o non possono sottoscrivere intese formali con l’Opec, come gli Stati Uniti. E ci sono aspetti mirati a renderlo accettabile anche dai Paesi importatori di petrolio – la maggioranza nel G20, in cui siede anche l’Italia – che in teoria non hanno interesse a veder risalire il prezzo del barile.

Sono stati proprio gli Usa ad accennare per primi ai prossimi sviluppi, stavolta non per bocca (o per tweet) di Donald Trump, ma con un comunicato del dipartimento dell’Energia, in cui si riferisce che il segretario Dan Brouillette ha parlato al telefono con il ministro saudita Abdulaziz bin Salman, concordando di proseguire il dialogo «nel prossimo futuro» in un meeting del G20. In un’intervista a Fox Tv Brouillette ha poi specificato che la riunione «potrebbe avvenire questa settimana».

«Quella che è cominciata come una disputa tra Arabia Saudita e Russia ha serie implicazioni per gli Stati Uniti e per il mondo», ha detto il segretario.

I piani poco dopo sono stati non solo confermati, ma descritti nei dettagli da Fatih Birol, presidente dell’Aie. Approfittando del fatto che all’Arabia Saudita è affidata la presidenza di turno del G20, l’agenzia dell’Ocse si è messa al lavoro per costruire consenso in vista di una riunione d’emergenza da organizzare per venerdì, all’indomani del vertice Opec.

L’eccesso di petrolio creato dal coronavirus «sta arrivando a un livello al quale avrà implicazioni significative per la stabilità dell’economia globale e per milioni di lavoratori impiegati nell’industria dell’Oil & Gas», ha dichiarato Birol al Financial Times. «Il compito principale del G20 è fornire e mantenere la stabilità finanziaria ed economica sui mercati globali, quindi è perfettamente in linea con il suo mandato».

Nel G20, a parte l’Arabia Saudita e gli Usa, siedono anche Russia, Canada e Brasile, più altri Paesi produttori di petrolio oggi in declino come il Messico. La maggioranza sono però importatori di petrolio. A questi ultimi Birol propone di contribuire accumulando riserve strategiche o di acconsentire comunque, per difendere gli interessi delle proprie compagnie petrolifere, che operano in tutto il mondo.

Nel fine settimana non erano arrivati segnali positivi per un intesa sui tagli, né dagli Stati Uniti – dove Donald Trump ha persino rispolverato l’ipotesi di dazi per fermare i concorrenti russi e sauditi – né da Mosca e Riad, che anzi si erano rinfacciate a vicenda la responsabilità di avere innescato il crollo dei prezzi del barile con l’intento di nuocere allo shale oil americano.

I toni accesi però non hanno fermato la macchina della diplomazia, che avanza rapidamente e sta facendo progressi. Uno dei negoziatori russi, Kirill Dmitriev, ceo del fondo sovrano Rdif, ha affermato di fronte alle telecamere di Cnbc che un accordo sui tagli di produzione è «molto molto vicino».

Riad ha nel frattempo rinviato la pubblicazione del nuovo listino prezzi del greggio: un gesto che alcuni analisti hanno interpretato come un cessate il fuoco nella guerra dei prezzi, anche se al tempo stesso si tratta di una formidabile arma di ricatto verso i concorrenti.

Gli Official Selling Prices (Osp) per maggio erano attesi domenica 5 aprile, ma Saudi Aramco ha scelto di aspettare qualche giorno in più. «È un chiaro segno che sono disponibili a tagliare la produzione», afferma Robert McNally, ex consulente della Casa Bianca e presidente di Rapidan Energy Group.

È quasi certo comunque che se non si arriverà ad un accordo tra tutti i big del petrolio i prezzi sauditi crolleranno ulteriormente, trascinando con sè anche i listini di altri fornitori e le quotazioni sul mercato dei futures.

I dubbi sull’esito delle trattative hanno provocato forte volatilità e ribassi superiori al 10% sui mercati asiatici in apertura di settimana, ma Brent e Wti hanno in seguito contenuto le perdite, attestandosi intorno a 33 e 27 dollari al barile rispettivamente.

I tasselli del difficile puzzle dei tagli cominciano a mettersi a posto. Dopo il rinvio a giovedì 9 aprile del vertice allargato, in cui l’Opec aprirà le porte a tutti i grandi fornitori di greggio, si sono resi disponibili a ridurre la produzione anche il Canada e la Norvegia, Paesi comunque non nuovi a iniziative del genere. La provincia dell’Alberta di recente ha imposto quote di estrazione alle società delle oil sands, mentre Oslo ha già collaborato altre volte in passato con l’Opec, l’ultima nel 2002.

Il Brasile non si è schierato apertamente. Ma il presidente Jair Bolsonaro aveva detto di aspirare a entrare nell’Opec. E nei giorni scorsi Petrobras, spinta dalle difficoltà economiche, ha già tagliato la produzione di 200mila barili al giorno, ossia del 9%.

Donald Trump nel weekend aveva rilasciato dichiarazioni che vanno nella direzione opposta, acclamando il libero mercato, affermando che non sta negoziando con i russi né con i sauditi e spingendosi addirittura a minacciarli se non ridurranno le estrazioni.

(pezzo aggiornato alle 19.30 del 6 aprile 2020)

Per approfondire:
Rally del petrolio, ma l'accordo sui tagli non sarà facile

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