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Petrolio, negli Usa lo scoglio a un’intesa globale sui tagli

L’Opec ha convocato per lunedì un vertice aperto a qualunque Paese sia disposto a ridurre l’offerta di greggio. Per gli Usa non sarà facile trovare un sistema “accettabile” per collaborare. Ma senza di loro un accordo sembra impossibile

di Sissi Bellomo

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(IMAGOECONOMICA)

L’Opec ha convocato per lunedì un vertice aperto a qualunque Paese sia disposto a ridurre l’offerta di greggio. Per gli Usa non sarà facile trovare un sistema “accettabile” per collaborare. Ma senza di loro un accordo sembra impossibile


3' di lettura

Un accordo per tagliare la produzione di petrolio su scala globale sta prendendo forma: l’Opec si è già attivata, convocando per lunedì 6 aprile un vertice in teleconferenza aperto non solo ai vecchi alleati dell’Opec Plus, ma a chiunque altro voglia partecipare.

Portare gli Stati Uniti al tavolo tuttavia non sarà facile, nonostante l’entusiasmo di Donald Trump, che considera i tagli (degli altri) come un risultato già certo.

Una riduzione dell’offerta di greggio anche da parte degli Usa – oggi primi fornitori mondiali – è indispensabile per sostenere il prezzo del barile a fronte del crollo della domanda legato al coronavirus. Ma l’idea di imporre limiti all’attività delle compagnie, fosse anche solo per frenare le esportazioni, sta sollevando forti polemiche oltre Oceano.

Le stesse lobby dei petrolieri si stanno scontrando su posizioni opposte, con alcuni gruppi favorevoli alla collaborazione con altri Paesi produttori e altri che invece vorrebbero passare alle maniere forti per respingere la concorrenza: c’è chi invoca dazi o sanzioni, con particolare acrimonia nei confronti di Russia e Arabia Saudita.

Qualcuno vorrebbe addirittura impedire a Riad di rifornire la maxi-raffineria Motiva, di proprietà di Saudi Aramco, a Port Arthur in Texas. Per convincere la Casa Bianca alcune società avrebbero arruolato come lobbista l’ex segretario all’Energia Rick Perry, scrive il Financial Times.

Perry, texano ma con ottime relazioni in Arabia Saudita (era compagno di studi dell’ex ministro Khalid Al Falih), non sembra in realtà la persona adatta per guidare un assalto frontale contro Riad, anche se in una recente intervista a Fox News aveva esortato a sospendere per 60-80 giorni l’impiego di greggio straniero nelle raffinerie americane.

Il presidente Trump comincerà oggi 3 aprile una serie di consultazioni alla Casa Bianca con le compagnie petrolifere e le associazioni di settore, con l’obiettivo – non facile – di giungere a una posizione comune sul da farsi.

Il presidente, che aveva esultato via Twitter per la prospettiva di un taglio di produzione da 10-15 milioni di barili al giorno da parte di Mosca e Riad, ha in seguito precisato di non aver fatto (per ora) «nessuna concessione all’Arabia Saudita o alla Russia» e in particolare di non aver «concordato un taglio della produzione Usa».

La possibilità di un contributo americano ad un’intesa globale non è tuttavia esclusa. A tenerla viva ci sta pensando soprattutto (ma non solo) Ryan Sitton, il commissario della Texas Railroad Commission che per primo aveva esortato a tagli di produzione volontari, coordinati con Mosca e Riad.

Sitton ha raccontato di aver avuto un colloquio telefonico «davvero concreto ed entusiasmante» con il ministro russo dell’Energia Alexandr Novak e di essere impegnato a cercare un contatto diretto anche col saudita Abdulaziz Bin Salman.

«La questione non è se il mercato del petrolio tornerà in equilibrio, ma se questo avverrà in modo strategico e ponderato piuttosto che come reazione una volta che tutti gli stoccaggi saranno pieni», afferma Sitton.

In Nord America a livello locale si sa muovendo qualcosa anche in Canada. La provincia dell’Alberta, che di recente aveva già provato a difendere le oil sands con l’imposizione di quote produttive, è pronta a collaborare coordinandosi anche con russi e sauditi: «Se vediamo che c’è uno sforzo globale, siamo aperti a ulteriori misure», ha dichiarato il premier Jason Kenney alla Reuters. «I prezzi attuali (sotto 5 $/barile per il greggio locale, Ndr) sono insostenibili e potrebbero provocare gravi danni»

Negli Usa intanto l’esempio del Texas fa scuola. La Oklahoma Energy Producers Alliance ha chiesto alle autorità locali di «smettere di autorizzare, permettere e approvare la perforazione di pozzi che si rivelerebbero uno spreco economico».

Ma se il Texas e l’Oklahoma hanno davvero gli strumenti legali per regolare la produzione, lo stesso non vale per altri importanti Stati produttori, come ad esempio l’Alaska.

Nemmeno le autorità federali possono farlo. In compenso potrebbero impedire o ridurre l’export di petrolio Usa, ripristinando un divieto che è rimasto in vigore per quarant’anni fino al 2015.

Forse per Washington potrebbe essere questa la chiave per uscire dall’impasse, mettendo sul piatto una collaborazione accettabile per tutti: sauditi, russi e anche l’opinione pubblica interna.

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