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Petrolio, virus e Libia complicano le scelte dell’Opec Plus

A una settimana dal vertice la coalizione è divisa sui tagli produttivi: sul futuro troppe incertezze e il prezzo del greggio continua a scivolare. Ora il Brent vale meno di 55 dollari al barile, mentre il Wti è sotto 50 dollari

di Sissi Bellomo

(REUTERS)

3' di lettura

È la Libia, e non solo il coronavirus, a complicare le scelte dell’Opec Plus sulla produzione di petrolio. Il blocco dei porti nel Paese nordafricano – che dura dallo scorso 18 gennaio, per opera delle milizie del generale Khalifa Haftar – ha tolto dal mercato più di 1 milione di barili di greggio al giorno, che da un momento all’altro potrebbero tornare disponibili: uno sviluppo forse non imminente, dal momento che i colloqui di pace a Ginevra si sono arenati, ma che manderebbe a picco le quotazioni del barile, già deboli a causa dell’epidemia.
Ora il Brent vale meno di 55 dollari al barile, mentre il Wti è sotto 50 dollari

L’Agenzia internazionale dell’energia (Aie) «forse dovrà rivedere al ribasso» la previsione di crescita della domanda di petrolio, ha dichiarato il direttore Fatih Birol. Appena dieci giorni fa l’organismo dell’Ocse l’aveva già ridotta di un terzo, a 825mila bg, che sarebbe il minimo dal 2011.

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È comunque probabile che i consumi energetici della Cina, benché crollati a causa del virus, si riprenderanno in fretta una volta passata l’emergenza. E nessuno degli altri Paesi colpiti dal contagio pesa quanto Pechino sul mercato: l’Italia ad esempio rappresenta poco più dell’1% della domanda petrolifera globale.

La Libia – che oggi riesce ad estrarre appena 120mila bg di greggio – ha già subito un danno di oltre 2 miliardi di dollari a causa delle esportazioni mancate, calcola la National Oil Corporation (Noc). Il premier di Tripoli Fayez Al Sarraj ha denunciato il rischio di una «catastrofica crisi finanziaria» se il blocco dei porti non verrà revocato al più presto. Un’ovvietà, visto che le entrate del Paese dipendono per il 98% dagli idrocarburi.

La Libia, lacerata dalla guerra civile, è da anni esonerata dal partecipare ai tagli dell’Opec Plus. Ma il crollo della sua produzione – e di quelle di Venezuela e Iran – è stato provvidenziale per il gruppo, che si accinge a riunirsi a Vienna per decidere come reagire alla debolezza della domanda provocata dal coronavirus.

Al vertice, in programma per il 5-6 marzo, manca poco più di una settimana. Ma l’incertezza sugli scenari di mercato è grande e la coalizione sembra tuttora divisa sul da farsi.

Un comitato tecnico, il Joint Technical Committee (Jtc), ha raccomandato di estendere a tutto il 2020 la durata dei tagli di produzione , che scadrebbero a fine mese, e di stringere ulteriormente i rubinetti nel secondo trimestre.

L’indicazione di adottare tagli extra per 600mila bg, tuttavia, non è stata ufficializzata, forse a causa delle resistenze della Russia, principale alleata dell’Opec, che tuttora non ha sciolto le riserve sulle misure da adottare.

L’accordo oggi in vigore prevede tagli per 1,7 milioni di barili al giorno, che salgono a 2,1 mbg con un contributo volontario offerto dall’Arabia Saudita e condizionato al pieno rispetto delle quote da parte di tutti gli altri Paesi membri.

L’Opec Plus non può permettersi di non approvare quanto meno una proroga, altrimenti dopo il 31 marzo tutti sarebbero liberi di produrre a volontà. Ma a poco più di una settimana dal vertice, i Paesi della coalizione – e in particolare i due leader, Russia e Arabia Saudita – non hanno ancora trovato una posizione unitaria.

Il ministro saudita dell’Energia, Abdulaziz Bin Salman, martedì 25 ha ammesso che si sta ancora lavorando per trovare un accordo. Ma i suoi tentativi di rassicurare il mercato sono apparsi un po’ goffi: «Ho fiducia nella nostra partnership e nel fatto che i produttori dell’Opec Plus siano tutti responsabili e reattivi», ha dichiarato il ministro. «Non siamo a corto di idee e non abbiamo perso il telefono, ci sono sempre ottimi sistemi per comunicare».

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