prezzi di nuovo in calo

Petrolio, la volatilità record tradisce anche il colosso cinese Sinopec

di Sissi Bellomo


(Bloomberg)

3' di lettura

C’è anche il colosso statale cinese Sinopec tra le vittime delle violente oscillazioni dei prezzi del petrolio. La notizia che il gruppo petrolchimico ha sospeso due dirigenti in seguito a perdite nel trading è emersa ieri, proprio mentre il mercato compiva l’ennesima inversione di rotta: dopo il balzo dell’8,7% registrato a Santo Stefano dal Wti, ieri le quotazioni del barile hanno perso oltre il 3% (il greggio americano ha chiuso sotto 45 dollari, il Brent sotto 53 dollari).

La volatilità, misurata attraverso le opzioni a Chicago, si è impennata di recente ai livelli più alti da gennaio 2016, periodo in cui il petrolio crollava sotto 30 dollari al barile, all’epoca il minimo da 13 anni. Prima di allora era stata così elevata solo durante la crisi del 2008-2009.

Il mercato – che dallo scorso ottobre è diventato estremamente volubile e spesso imprevedibile – ha già tradito molti operatori esperti, compresi celebri gestori di hedge funds come Pierre Andurand, che ha accusato perdite a doppia cifra percentuale. Problemi analoghi potrebbero essersi verificati anche nel gruppo cinese, benché non sia escluso che siano stati commessi illeciti.

Sinopec è crollata di quasi il 7% alla borsa di Shanghai dopo aver confermato l’apertura di un’indagine interna per non meglio precisate «perdite in certe transazioni di greggio durante la caduta dei prezzi». In attesa di «valutare i dettagli della circostanza» sono stati sospesi dall’incarico Cheng Bo, presidente di Unipec, la controllata che si occupa del trading, e Zhan Qi, rappresentante del Partito comunista nel gruppo.

La volatilità non è un’esclusiva dei mercati petroliferi. Anche l’andamento dei listini azionari è diventato molto instabile, in parte proprio per gli stessi motivi, in primis la crescente incertezza sulle sorti dell’economia globale (e quindi dei consumi di greggio).

Il prezzo del petrolio ormai sembra però muoversi in modo irrazionale: l’ampiezza del crollo – quasi il 40% dai record di ottobre, quando il Brent volava oltre 85 dollari – non trova giustificazioni nei fondamentali, soprattutto alla luce dei tagli produttivi di Opec e Russia, in vigore dalla prossima settimana. Dall’annuncio della decisione dell’Opec Plus il petrolio ha perso il 16%, una reazione che negli ultimi dieci anni non si era mai vista in circostanze analoghe.

Il ministro dell’Energia russo, Alexandr Novak, dà la colpa (anche) agli Stati Uniti: la volatilità, spiega, è figlia delle troppe incertezze create «dalle guerre commerciali e dall’imprevedibilità dell’amministrazione Usa».

È tuttavia probabile che un ruolo importante l’abbiano avuto anche gli algoritmi: quelli che guidano molti hedge funds (e che oggi sono disorientati dalla presenza di troppi segnali forti e talvolta contrastanti), ma anche quelli che tengono in piedi le operazioni di hedging delle compagnie petrolifere, in particolare le società americane dello shale oil.

A suggerire quest’ultima chiave di lettura è Phil Verlager, noto analista indipendente, secondo cui tali operazioni – effettuate medianti contratti derivati – riguardano ben 500 miioni di barili di greggio al giorno: quasi 16 volte la produzione dell’Opec.

Gli aggiustamenti avvengono ogni volta che il Wti entra nella fascia tra 50 e 60 dollari al barile, quello che Verleger definisce «range di instabilità», perché fa scattare raffiche di ordini immessi in automatico che alimentano la volatilità. La stessa fascia per il Brent sarebbe tra 56 e 66-70 dollari al barile.

Quando le quotazioni del petrolio entrano nel range di instabilità, afferma l’analista, le deviazioni standard aumentano di quasi cinque volte (da 2 a 8,9).

La conclusione di Verlager, che sembra indirettamente rivolta all’Opec, è tranchant: «Non è pratico cercare di stabilizzare i mercati petroliferi in un range che confina il Wti a Cushing tra 50 e 60 dollari al barile. Ogni sforzo di mantenere i prezzi in questa fascia sarà sopraffatto dai computer».

Lo stesso Verlager invita anche a osservare i mercati con lenti nuove , che tengano conto della maggiore presenza di speculatori rispetto a un tempo: una volta per valutare i fondamentali si contavano i barili, ma «questi calcoli ignorano il ruolo del mercato dei futures».

«L’aumento delle posizioni aperte equivale a un aumento della domanda – avverte l’analista – mentre le variazioni della volatilità equivalgono ad aumenti dell’offerta».

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