ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùEmergenza Covid

Pfizer, dubbi sul richiamo: protezione garantita anche con rinvio della dose

Parla l’immunologo Andrea Cossarizza. «Dovendo vaccinare più persone possibili è verosimile che sia opportuno farlo»

di Nicola Barone

Negli Stati Uniti approvato vaccino Pfizer per fascia 12-15 anni

2' di lettura

Poiché esiste una quota significativa di soggetti non vaccinati che, per connotazioni anagrafiche o patologie concomitanti, potrebbero sviluppare forme di Covid-19 gravi o fatali il ministero della Salute (dopo un parere ad hoc del Cts) ha raccomandato il rinvio a 42 giorni della somministrazione della seconda dose dei vaccini a mRNA per poter vaccinare un numero maggiore di persone. Ciononostante Pfizer, attraverso la sua responsabile scientifica per l’Italia, invita ad attenersi a quanto emerso dagli studi e cioè la somministrazione a 21 giorni, perché questo garantisce i risultati che hanno permesso l’autorizzazione. L’Ema, da parte sua, ha sottolineato che non è una deviazione superare i 21 giorni per la seconda dose estendendo il periodo a cinque settimane-40 giorni. Cosa si può dire a riguardo in base ai dati sinora conosciuti?

Le evidenze in letteratura

I nuovi vaccini mRNA forniscono materiale genetico che istruisce le cellule del corpo a disinnescare la minaccia costituita dal coronavirus. «Se vaccinare a distanza di 42 giorni non cambia il risultato finale, e in quell'arco di tempo la persona è protetta molto bene dalla malattia, più che dall’infezione, dovendo vaccinare più persone possibili è verosimile che sia opportuno farlo, per migliorare il contenimento della pandemia», spiega l’immunologo Andrea Cossarizza dell’università di Modena e Reggio Emilia. Sulla base di dati non ancora pubblicati disponibili al National Advisory Committee on Immunization through Health Canada per entrambi i vaccini Pfizer-BioNTech e Moderna, non vi era alcuna differenza nell'efficacia del vaccino tra le persone che hanno ricevuto la seconda dose al giorno 19 e le persone che l’hanno ricevuta al giorno 42.

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Mondo ideale versus realtà

Lo studio pubblicato lo scorso marzo dal British Columbia Medical Journal “autorizza” una procedura in circostanze particolari come quelle in cui si trova l'Italia. Secondo i ricercatori in un mondo ideale, con ampia disponibilità di vaccini e adeguata organizzazione logistica sarebbe auspicabile vaccinare in massa l’intera popolazione utilizzando intervalli di dosaggio approvati e testati da studi clinici. Sfortunatamente, però, le giurisdizioni di tutto il mondo stanno affrontando carenze che impongono di bilanciare le diverse esigenze sul campo.

Un’opzione ragionevole se c’è carenza

«Sebbene non ci siano dati pubblicati da studi clinici di grandi dimensioni per guidare un allungamento nella somministrazione della seconda dose, ci sono dati che suggeriscono che ritardare la seconda dose preserva probabilmente l'aumento a lungo termine dell’immunità senza una diminuzione inaccettabile dell'immunità nel periodo intermedio tra le dosi», scrivono gli autori della pubblicazione. Pertanto, ritardare la seconda dose, che consente una vaccinazione primaria più ampia (e quindi un percorso più veloce per immunizzare i membri più vulnerabili della nostra popolazione), sembra un’opzione ragionevole in situazioni di carenza di vaccini in tutto il mondo.

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L’andamento della pandemia e delle azioni di contrasto è mostrato in due mappe a cura di Lab24. Nella mappa del Coronavirus i dati da marzo 2020 provincia per provincia di nuovi casi, morti, ricoverati e molte infografiche per una profondità di analisi.
La mappa dei vaccini in tempo reale mostra l’andamento della campagna di somministrazione regione per regione in Italia e anche nel resto del mondo.
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