Lettera dalla Cambogia

Phnom Penh e le ombre cinesi

di Giorgio Barba Navaretti


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Il traffico di  Sisowath Quay, a Phnom Penh

4' di lettura

Il Foreign Correspondent Club , localmente noto come Fcc, è una buona sintesi della Cambogia contemporanea. È un piccolo albergo nel centro di Phnom Penh sulle rive del grande maestoso Mekong. Il ristorante bar, sotto un bellissimo e vivace portico coperto al primo piano, si affaccia sul fiume e sul rumore intenso della strada.

È una venerabile istituzione, rifugio dei giornalisti stranieri quando Cambogia e Vietnam erano forse il fronte più cruento della guerra fredda. Alle pareti ci sono fotografie e ritagli di giornale incorniciati su quegli anni drammatici. La guerra civile e la sua brutalità tra il 1975 e il 1979 con i Khmer rossi al potere, poi trascinata con meno disastri fino al 1991, è la memoria storica del Paese. Circa due milioni di morti per fame e per lo sterminio perpetrato dal famigerato Pol Pot e i suoi compagni, un’economia azzerata nell’idea di un comunismo estremo, fondato sulla vita contadina e l’autosufficienza. Una presunta purificazione ideologica, da cui ben pochi avevano scampo e che ha cancellato una generazione di cambogiani. Le tracce di questo periodo emergono ovunque e sono parte inscindibile della narrativa sul Paese. Il centro di detenzione S21, ora Museo del genocidio, e i campi di sterminio di Choeung Ek, noti come i killing fields , poco fuori città, dove i detenuti venivano portati per essere ammazzati brutalmente e sepolti in fosse comuni, vengono visitati da tutti i turisti che passano di qui. Luoghi strutturati con l’obiettivo di uccidere, con pianificata e scrupolosa organizzazione.

Ma la memoria dello sterminio dei Khmer rossi è in grande contrasto con la Cambogia contemporanea. Si stempera in un Paese energico, pacifico e allegro, dove il reddito pro-capite è passato da 250 a 1.250 dollari in vent’anni, e il tasso di povertà è, secondo la Banca Mondiale, al 13,7% della popolazione, contro il 47,8% nel 2007. Si stempera appunto simbolicamente nella vivace terrazza dell’Fcc. Non più il rifugio degli inviati di guerra, ma luogo di incontro di stranieri e locali, di birre, ottimi cocktail e delizioso cibo cambogiano. Oppure, nei grandi viali alberati dove la sera gruppi di giovani e signori anzianotti si ritrovano sotto la guida di un capofila e con il ritmo di impossibili musiche elettroniche, trasmesse da un impianto stereo qualsiasi, ballano perfettamente sincronizzati e allineati. O ancora, nei nuovi grattacieli che spuntano ovunque, in alberghi di perfetta qualità e nell’attenzione certosina al turismo, una delle principali voci di reddito del Paese, assieme alla produzione industriale di borse, scarpe, vestiti e all’agricoltura.

Un melting pot caotico, con vecchi mercati e grattacieli, allegro e a volte sordido (giovani donne locali con bianchi di età avanzata, sfatti e malvestiti). Un Paese con una modernità in sviluppo rapido, il cui simbolo è forse la motocicletta, che tutti usano: uomini, donne famiglie intere, stipate tra sellino e serbatoio. Ma anche un Paese ancora profondamente rurale, soprattutto produttore di riso. Un’agricoltura semplice, dove nelle risaie non si vedono certo le gigantesche mietitrebbia della pianura padana, ma contadini con l’acqua fino al ginocchio come le nostre antiche mondine.

Non è semplice capire quale sia la sintesi tra il terribile passato recente e il presente della Cambogia. Come una popolazione che appare così mite abbia potuto dilaniarsi in lotte interne sanguinose. Forse le radici guerriere che risalgono al grande impero Khmer, che conquistò gran parte dell’Indocina e costruì le possenti meraviglie di Angkor tra il 900 e il 1400. Una città di oltre un milione di abitanti con templi straordinari ora restaurati e restituiti alle folle divoratrici di turisti. Forse, l’ambiguità e l’opportunismo con cui l’identità di queste radici è stata utilizzata per progetti assurdi come il ritorno alle origini contadine dei Khmer Rossi. Forse, l’opportunismo di chi ha governato questo Paese, con sovrani come Sihanouk un po’ fantoccio, un po’ simbolo, un po’ manovratore, con lotte e alleanze difficilissime tra i due grandi vicini (Thailandia e Vietnam) e le interferenze del colonialismo francese e poi degli interventi americani, dei cinesi e dei russi. Cambiamenti di fronte improvvisi, con i vietnamiti prima grandi alleati dei khmer rossi e poi invasori/liberatori per cacciarli nel 1979. Forse,l’ essere su una frontiera dove la guerra fredda è stata per nulla fredda ed ha avuto i suoi esiti più brutali.

    Tutte queste motivazioni hanno creato un’implosione insensata e brutale. Chissà se la Cambogia di oggi nella sua apparente energica e placida crescita è un Paese davvero pacificato nel profondo?

    Certo non riesce ad essere una vera democrazia. L’attuale primo ministro Hun Sen è di fatto diventato un dittatore che governa da trent’anni e controlla completamente il Parlamento, mentre il re, Sihamoni, ex ballerino coreografo a Parigi, non ha alcun potere. E certo non è chiaro se riuscirà a consolidare un futuro di sviluppo sostenibile e autonomo a lungo. La Cambogia continua a crescere e ha una gestione macroeconomica del tutto equilibrata, ma ci sono alcune indicazioni, le sole che può cogliere il viaggiatore occasionale, che possono preoccupare.

    Infiniti oggetti di plastica sparsi ovunque, dalle strade alle spiagge. Paradisi tropicali di sabbia bianca e bottigliette di plastica. Immagine simbolo di quanto possa essere complessa la modernità sostenibile in un Paese dove la foresta pluviale è stata devastata in trent’anni.

    I gruppi di turisti cinesi. Per chi viene qui non è un tema di poco conto. Gruppi enormi, rumorosi, pieni di ombrellini. Non che un ammasso di turisti italiani sarebbe tanto meglio, ma, bisogna ammetterlo, ce ne sono pochi. I cinesi invece arrivano a milioni (3 nei primi sei mesi del 2018). Li si trova dietro, sotto, sopra ogni sublime reperto archeologico.Di nuovo immagine simbolo. La Cina è il principale partner commerciale della Cambogia, ha costruito strade e investe massicciamente. Ha costruito e controlla i casinò sulle spiagge di Sihanoukville. Le fabbriche di Phnom Penh forniscono la mano d’opera a basso costo che l’impero di mezzo non ha più. La Cina, in passato vecchia alleata dei Khmer rossi verso il comunismo, è l’ingrediente fondamentale dell’economia di mercato e della crescita dei Khmer contemporanei. La speranza è che la Cambogia non diventi ancora una volta l’utile provincia di un vicino potente, in questo caso potentissimo.

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