IL DIBATTITO SULL’aliquota unica.

Piaccia o no, la flat tax è trasparente

di Nicola Rossi

(Marka)

4' di lettura

Ci è stato rimproverato di voler aumentare le imposte indirette, di voler penalizzare il ceto medio, di mettere a rischio il servizio sanitario nazionale e persino di volere una semplificazione di facciata.

Nel primo caso, siamo di fronte a una lettura frettolosa della proposta. Ci siamo limitati a ipotizzare che non vengano disinnescate le clausole di salvaguardia già in vigore che prevedono che l’aliquota ordinaria Iva passi al 25% dal 2018 (l’aliquota ridotta al 13% nel 2020). Su questo fronte, in altre parole, non si propone nulla di diverso da quanto già nelle cose. Nel secondo caso, invece, non si tiene adeguatamente conto di due aspetti: la differenziazione geografica del “minimo vitale” (per cui la perdita registrata da alcuni contribuenti meridionali non è in realtà tale in termini reali) e il bizzarro disegno del cosiddetto bonus 80 euro (i cui beneficiari registrano comunque nel complesso una riduzione e non un aggravio di imposta). Nel terzo caso, infine, si dimentica che il contributo sanitario richiesto ai più abbienti verrebbe definito in ogni suo aspetto dalle singole Regioni ivi incluse le modalità di opting out: non è francamente difficile immaginare soluzioni in grado di tenere insieme la tenuta del sistema sanitario nazionale con il valore segnaletico dell’opting out. Infine, sulla semplificazione saremmo molto curiosi di poter comparare le 124 pagine (da 5.500 battute ciascuna) di istruzioni del modello Redditi 2017 con quelle che seguirebbero alla nostra proposta.

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Una seconda critica riguarda invece l’ipotesi che ai redditi oggetto di integrazione al minimo vitale si applichi un’aliquota marginale al 100% (Toso, Una perdita di gettito difficile da assorbire, 6 luglio). La questione riguarda, ad esempio, il caso di un giovane senza lavoro per il quale la proposta prevede che il minimo vitale venga erogato per un numero limitato di anni e che, a partire dal secondo anno, il minimo vitale venga erogato in proporzione decrescente in contanti e in proporzione crescente sotto forma di un voucher contributivo non cedibile e utilizzabile da qualunque datore di lavoro a fronte dei suo obblighi contributivi e fiscali derivanti dall’assunzione di quella persona. Il che, com’è ovvio, attenua fino quasi a escluderla l’ipotesi di una aliquota marginale pari al 100%.

Rimane aperta una questione rilevante così sintetizzabile: «sarebbe bello, ma nelle condizioni date di finanza pubblica non possiamo permettercelo» (Galli e Codogno, Bisogna ridurre la spesa, poi agire sulla pressione fiscale, 4 luglio ). Certo, se non avessimo dissipato i proventi della pur timida spending review realizzata fra il 2014 ed il 2016 il tema non si porrebbe. Ma purtroppo così non è e sappiamo bene che in una prospettiva di stabilizzazione del debito, l’avanzo primario – oggi all’1,5% circa – dovrebbe essere portato verso il 4%. Non ci sarebbero, dunque, margini per un diverso utilizzo di eventuali ulteriori risparmi sul versante delle spese. L’argomento è serio, ma ci sembra di avere risposto immaginando una transazione graduale al nuovo sistema. La proposta ipotizza che il passaggio al nuovo regime non potrebbe intervenire prima di un triennio e che gli interventi in grado di determinare un calo di gettito si produrrebbero contestualmente al manifestarsi dei risparmi derivanti dalla revisione strategica della spesa. Si noti che il quadro programmatico contenuto nel Def 2017 già oggi prevede per il 2020 un avanzo primario (strutturale e non) molto vicino al 4%. Il che suggerisce che la proposta sia, in questi termini, finanziariamente praticabile. Salvo che, naturalmente, non si ritengano del tutto infondate le previsioni del governo. Ovviamente tutto ciò presume che già dal prossimo settembre non si continui a disperdere le poche risorse disponibili in mille inutili rivoli. E che la riforma venga realizzata in un contesto di disciplina e di rigore di bilancio. Che è essenziale per la credibilità della stessa, tanto più in una condizione della finanza pubblica difficile come la nostra.

Pensiamo così di aver risposto anche alla prima critica di marca “ideologica”: quella per la quale l’aliquota sarebbe troppo elevata (il 25%) e che pertanto sia opportuno immaginare percorsi ancora più aggressivi. È possibile che un abbassamento della pressione fiscale produca un’emersione della base imponibile e, pertanto, un aumento del gettito. Ma non è su queste basi che si può gestire la finanza pubblica di un Paese con un debito pubblico come quello italiano. Di converso, sarebbe un errore sottostimare l’effetto che potrebbe avere una aliquota veramente “unica” (il 25%): abituando gli italiani a considerare criticamente ogni aumento del prelievo.

La seconda critica “ideologica” viene, per così dire, dal fronte opposto. Riguarda la presunta superiorità etica della progressività per scaglioni. Solo la progressività per scaglioni, si dice, aiuterebbe a fronteggiare le diseguaglianze. Premesso che – in punta di teoria - la recente ricerca economica ha prodotto risultati molto ambigui circa il profilo delle aliquote marginali al crescere dell’imponibile, finendo per considerare la combinazione di un’aliquota piatta e di un “minimo vitale” come quella più vicina all’ottimo, nel concreto le convinzioni dovrebbero fare i conti con i fatti. Nel sistema attuale con una mano si applicano alle fasce più abbienti della popolazione aliquote marginali piuttosto elevate e con l’altra si concedono gratuitamente o quasi alle stesse i servizi pubblici (dalla sanità all’università fino ad arrivare – incredibile dictu – alla stessa assistenza). Non sarebbe più trasparente nei confronti dei cittadini, chiedere ai più abbienti fra di loro di pagare i servizi di cui usufruiscono a fronte di una diversa struttura dell’imposta personale?

Il sistema vigente è sotto gli occhi di tutti per la sua complessità, per la sua inefficienza, per la sua iniquità. La proposta Ibl disegna un sistema radicalmente diverso. Si possono condividerne o meno i princìpi che la ispirano. Ma ci sembra che neppure i commentatori più scettici siano riusciti a trovare argomenti davvero solidi per difendere il sistema attuale. Forse perché non ce ne sono.

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