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Piaggio Aerospace riparte con Abu Dhabi. Entro l’anno gli aerei militari senza pilota

di Raoul de Forcade

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3' di lettura

Dopo un lungo periodo di difficoltà, iniziato con la crisi globale del 2008 che ha innescato, a partire dal 2009 , il crollo del mercato dell’aviazione civile, Piaggio Aerospace, sta voltando pagina. Ne è convinto l’amministratore delegato, Renato Vaghi, forte di un piano industriale approvato a dicembre 2017, con nuova liquidità, e del numero di commesse che l’azienda italiana controllata dal fondo Mubadala di Abu Dhabi ha accumulato nell’orderbook tra il 2017 e il 2018.

Certo, c'è ancora molto da fare. Ma oggi Piaggio, sottolinea il manager, «ha in produzione 20 velivoli: 12 P180 Avanti Evo, destinati all’aviazione civile e 8 Hammerhead», cioè aerei militari senza pilota a bordo, comandati da remoto. L’obiettivo, prosegue, «è consegnare almeno otto velivoli P180 entro il 2018. Quest’anno, inoltre, completiamo la prima fase di sviluppo dell’Hammerhead e lo porteremo in servizio. Consegneremo i primi esemplari al nostro cliente, che è l’aeronautica emiratina».

L’Hammerhead di Piaggio Aerospace

L’Hammerhead di Piaggio Aerospace

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Questa operazione, tra l’altro, aggiunge Vaghi, «è complicata dal punto di vista tecnico e logistico. Perché consegnare un aereo militare comporta la realizzazione, negli Emirati, di una struttura logistica ad hoc. Dovremo supportare l’entrata in servizio dell’Hammerhead P.1hh fornendo ricambi e tecnici nostri in loco, per l’addestramento degli equipaggi che prendono in consegna il velivolo. E non è escluso che, finito il periodo di addestramento, possa esserci la presenza fissa di una nostra persona negli Emirati».

Vaghi è soddisfatto perché, dice, «negli ultimi due mesi abbiamo firmato 5 contratti per P180 e questo è un segno che il mercato è in ripresa. D’altro canto, i 12 velivoli in produzione per me valgono un anno di copertura, mentre vorrei arrivare ad averne due o tre. Anche perché nello stabilimento di Villanova d’Albenga (Savona), abbiamo la capacità di produrre 60 aerei l’anno».

Bisogna, peraltro, risalire al 2008 per trovare consegne che possano avvicinarsi a un numero così alto: 10 anni fa la Piaggio consegnò 30 P180. Ma già nel 2009 si erano ridotti a 24 e a 11 nel 2010, per crollare a quattro nel 2011. Nel 2017 le consegne sono state due. Ma già nella seconda metà dell’anno si era registrata una ripresa degli ordini. «Nostro obiettivo – afferma Vaghi - è raggiungere il cash break-even nel 2019 per arrivare all’utile nel 2021».

Il cammino di Piaggio per tornare a performance soddisfacenti non è, peraltro, privo di ostacoli. Passa attraverso un primo piano industriale del 2014 che ha portato 114 esuberi, per i quali l’azienda ha trovato la strada della mobilità incentivata. E poi un secondo piano, del dicembre 2017, supportato da un’iniezione di liquidità da 255 milioni di euro, da parte di Mubadala, al quale fa da compendio un accordo che riscadenzia il debito da 115 milioni tra Piaggio e Leonardo.

Il nuovo piano prevede, tra l’altro, lo spin-off della parte di produzione e manutenzione dei motori. Asset tutelati dalla golden power del governo e per i quali ci sono trattative in corso con possibili compratori. «I dipendenti di questo settore - assicura Vaghi - passeranno alla nuova società ma continueranno a operare nei nostri stabilimenti».

Nel fattempo, si è prospettata anche la cessione dei diritti di proprietà intellettuale del P180, per i quali Piaggio sta trattando con la Pac Investments, società lussemburghese che rappresenta un gruppo di investitori cinesi.

«L’idea – spiega Vaghi – sarebbe di costituire una società di diritto italiano, con sede vicina a Villanova, che concederebbe a Piaggio, per cinque anni rinnovabili, i diritti di produzione del P180 ». Questa società potrebbe essere la chiave di volta per aprire a Piaggio le porte del mercato cinese dell’aviazione civile.

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