Opinioni

Piani incrociati tra governi e banche centrali

di Fabrizio Pagani


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3' di lettura

Il taglio dei tassi da parte delle banche centrali e le altre misure non convenzionali prese recentemente dalla Federal reserve americana e dalla Banca centrale europea hanno incontrato il plauso dei mercati, ma hanno anche sollevato interrogativi e, talora, vera e propria opposizione. Quelle che erano considerate misure eccezionali e temporanee, come i tassi negativi oppure i programmi di acquisto di titoli obbligazionari, sembrano ormai costituire il quadro di lungo periodo in cui si muove l’economia mondiale. Questa prospettiva solleva obiezioni e alimenta una discussione più ampia che sta occupando da tempo economisti, policy maker e le stesse banche centrali sul ruolo della politica monetaria e sui suoi limiti.

La Fed ha lanciato una revisione strategica dei propri obiettivi, strumenti e capacità di comunicazione. I risultati sono attesi per la prima metà del 2020. Come annunciato da Mario Draghi, la Bce, sotto la guida di Christine Lagarde, farà lo stesso nei prossimi mesi. Era dal 2003 che la Bce non si impegnava in un esercizio di questo tipo.

Questo dibattito va al di là dei seminari tra esperti, ma interessa i governi e gli uomini politici, che sono ormai alle prese con quelle che l’Economist ha chiamato le «nuove strane regole dell’economia mondiale».

Gli esiti di questo dibattito hanno infatti inevitabili ripercussioni sulle politiche di bilancio, sulla funzione anti-ciclica della finanza pubblica, e quindi sui livelli di indebitamento e di debito pubblico. I due piani, quello strategico del futuro delle banche centrali e quello immediato delle scelte di bilancio, si intrecciano.

Gli economisti Olivier Blanchard e Larry Summers sono intervenuti a più riprese con un’apertura a un approccio meno ortodosso, o più «rilassato», al debito pubblico. Si sostiene che si debba ripensare il tradizionale consensus attorno ai livelli massimi di debito pubblico. Secondo Summers, per esempio, un livello prudenziale di debito può essere oggi più alto rispetto a quando i tassi erano attorno al 5 per cento. Quindi i tassi bassi o negativi, che dobbiamo attenderci ancora per diversi anni, modificherebbero in maniera profonda la «tensione» sul debito.

Ovviamente tutto ciò avrebbe implicazioni maggiori per un Paese ad alto debito come il nostro.

L’Italia sta già beneficiando del taglio dei tassi della Bce e precedentemente della sua aspettativa. Da fine agosto, il Btp a dieci anni paga interessi inferiori all’1 per cento. La stessa Nota di aggiornamento al Def presentata dal governo indica che «l’incidenza della spesa per interessi passivi sul Pil scendera dal 3,2% del 2020 al 3,1% del 2021, per attestarsi al 2,9% nel 2022». Si tratta complessivamente di un risparmio cumulato di diversi miliardi di euro rispetto a quanto previsto dai precedenti documenti di politica economica: numeri importanti, ma che non modificano radicalmente il quadro di finanza pubblica.

Ci si deve pertanto chiedere se l’emergere di un nuovo paradigma sul debito permetterebbe negli anni a venire ai governi italiani politiche significativamente più espansive a stimolo dell’economia. La politica economica è infatti anche il risultato del quadro complessivo in cui si muove. Ci si può domandare se in certi periodi emergano spazi che precedentemente non erano disponibili. Non facilita una risposta positiva il quadro europeo, dove i livelli di indebitamento e debito sono fissati da norme e testi legali.

Tuttavia la parola finale spetterà ai mercati: un materiale restringimento degli spread dei titoli italiani sarebbe buon viatico per ottenere spazi di bilancio ulteriori. I mercati, com’è noto, guarderanno non solo ai livelli del debito, ma soprattutto alla composizione della spesa e alla capacità di riforma dei settori fondamentali per competitività e crescita. Ancora una volta, si tratterà di dimostrare il continuum tra politica monetaria, di bilancio e riforme strutturali. Come dimostra il recente rapporto di S&P il giudizio sull’Italia è ancora sospeso.

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