Marchionne e l’altagamma

Piano Fca, la mappa dei poli italiani e il nodo occupazione senza più auto popolare

di Filomena Greco


Fca: Marchionne non chiude ai cinesi, ma prima il piano

3' di lettura

Il prossimo piano di Fiat Chrysler potrebbe rappresentare il compimento di un processo industriale che il Lingotto in realtà ha avviato da tempo: specializzare gli stabilimenti italiani sulle produzioni a maggiore valore aggiunto e abbandonare le auto destinate al mass market.

Una specializzazione industriale già oggi chiaramente rintracciabile nei dati sulla produzione del Lingotto – raccolti e elaborati ogni trimestre dalla Fim Cisl – e di fatto anticipata nella costituzione del polo del lusso che formalmente riunifica Mirafiori e Grugliasco, i due plant torinesi dove Fca produce le Maserati.

Allo stato dell’arte, dagli stabilimenti auto italiani sono usciti nel 2017 oltre 750mila vetture, il 64 % delle quali collocate nel segmento medio-alto. Secondo l’elaborazione fatta dai metalmeccanici della Cisl, la quota di produzioni a più alto valore aggiunto nel 2012 non superava il 20%. Il cambio di pelle risale al biennio 2014-2015: passa attraverso l’avvio delle produzioni a marchio Maserati a Grugliasco (Quattroporte e Ghibli), rimanda alla nuova vocazione industriale voluta per Melfi – dove si producono 500X e Jeep Renegade –e si consolida con il piano Alfa Romeo destinato a Cassino – Giulietta e Stelvio.

In questa cornice, l’addio definitivo ai modello “mass market” come Panda, Punto e Alfa Romeo Mito (la linea di quest’ultima installata a Mirafiori) appare coerente dal punto di vista industriale, ma quali incognite pone in termini di ricadute occupazionali per gli stabilimenti italiani? Il punto della faccenda sta tutto nel numero di nuovi modelli e duque nei volumi di produzione. Lo ribadisce Ferdinando Uliano che per la Fim segue Fca: «Il tema dal nostro punto di vista non è tenersi la Punto o la Mito, ma piuttosto sostituirle con modelli in grado di saturare la produzione degli stabilimenti. È chiaro che la scelta dell’alto di gamma rappresenta il destino industriale per gli stabilimenti italiani, ma i volumi produttivi sono la chiave per garantire il successo di questo piano e la tenuta dell’occupazione».

GLI STABILIMENTI FCA IN ITALIA COSA PRODUCONO

Vetture prodotte. (Fonte: Fim Cisl)

FCA Volumi Produttivi

La scelta del Lingotto di focalizzare l’Italia sulle produzioni di lusso ha permesso di raddoppiare il numero di autovetture prodotte dal 2012 e ha migliorato la redditività, ricorda Uliano. «Ora però servono nuovi modelli, per completare ad esempio il piano Alfa Romeo presentato nel 2014 – aggiunge – che prevedeva 8 nuove uscite e che ad oggi ne conta solo due».

Ma andiamo nello specifico. A cominciare da Pomigliano, 4.700 addetti e 204mila vetture prodotte l’anno scorso. Se Sergio Marchionne confermerà la scelta di spostare la produzione della Panda in Polonia, come annunciato tra l’altro oltre un anno fa durante il Salone di Ginevra, «allora non basterà un solo modello – magari un suv Jeep come sembra possibile, ndr – per saturare le produzioni, ne servirebbero almeno due. Altrimenti l’addio alla Panda diventerebbe un problema» chiarisce Ferdinando Uliano.

Leggermente diversa la valutazione per lo stabilimento Mirafiori – poco più di 3.700 addetti e oltre 48mila vetture prodotte l’anno scorso – dove un secondo modello Maserati, accanto al Levante, potrebbe consentire la piena occupazione anche per gli addetti della linea Mito che sono stati temporaneamente spostati a Grugliasco. «L’avvio di una nuova produzione Maserati – aggiunge Uliano – potrebbe inoltre compensare le variazioni di volumi di Ghibli e Quattroporte».

Discorso a parte merita invece la linea della Punto di Melfi, 7mila e 400 addetti e un totale di 330mila vetture l’anno scorso: per questo modello lo stop alla produzione è previsto nel mese di settembre. «In questo caso non ci sono alternative se non un nuovo modello, anche per lo stabilimento auto più grande d’Italia. Sulla linea della Punto ad oggi si fa cassa ordinaria, nei prossimi mesi potrebbe essere necessario avviare i contratti di solidarietà per far fronte al calo produttivo della Punto.

Il modello di produzioni focalizzata sul lusso è stato di fatto anticipato dal Lingotto proprio a Torino, grazie ad una operazione industriale che ha di fatto unificato, sotto un’unica ragione sociale, gli stabilimenti di Mirafiori e di Grugliasco. Il polo del lusso, appunto. A tracciare un bilancio è stata la Fiom qualche settimana fa: «Nel polo torinese dal 2013 ad oggi c’è stata una perdita di 1.071 lavoratori» evidenzia Michele De Palma della segreteria nazionale. A questo si aggiunga la strutturale riduzione di lavoro collegata all’uso di ammortizzatori sociali, ancora più evidente nel primo trimestre del 2018: 30 giornate di cassa integrazione ordinaria a Grugliasco, pari al 50% del totale, mentre sulla linea del Levante a Mirafiori c’è stato un impatto negativo di riduzione tendenziale del 50%. Questione di volumi, appunto.

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