Politica Economica

Piano per rivalutare le concessioni

di Carmine Fotina e Gianni Trovati

(ANSA)

3' di lettura

Nelle riunioni tecniche di governo l’hanno chiamata «Asset review». Una riforma delle concessioni pubbliche, tra statali e locali, che potrebbe partire da una base di 1,5 miliardi: il progetto è allo studio e ha cominciato a passare al setaccio le entrate che arrivano da un primo gruppo di beni, con l’obiettivo ovviamente di aumentarle. La quota di pertinenza dello Stato, in particolare, è oggetto di grandi attenzioni perché in futuro potrebbe rivelarsi una leva per ridurre il debito. Anche perché la via maestra delle privatizzazioni è inciampata in difficoltà di mercato e polemiche politiche, con il risultato che gli stessi programmi governativi scritti nell’ultimo Def sono “dimagriti” puntando a entrate per 0,3 punti di Pil anziché 0,5 come indicato un anno fa(5 miliardi contro 8 abbondanti).

I canoni
Il vero oggetto della «review» è costituito dai canoni versati, spesso considerati dal governo troppo bassi. Spiagge, petrolio e gas, tlc, giochi, acque minerali e termali, risorse geotermiche, commercio ambulante (in questo caso però di competenza dei Comuni): sono solo le concessioni con le scadenze più ravvicinate. Ce ne sono anche di più lunghe ma potenzialmente più redditizie, vedi gli aeroporti. In alcune situazioni, e per qualche anno, è stato perfino difficile raccogliere e censire i dati, fino al loro inserimento nella banca dati “Patrimonio Pa”. Il caso forse più discusso è quello delle spiagge, che generano un introito di circa 103 milioni per un totale di 21.390 stabilimenti. Questa materia è oggetto di un Ddl delega all’esame del Parlamento, e secondo le stime del Programma nazionale di riforma nell’ipotesi minima di riordino si potrebbe avere un raddoppio del gettito (in parte da destinare a Regioni e Comuni).

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Gli idrocarburi
Bisognerà invece vedere se e in che misura le polemiche politiche sulle trivellazioni influenzeranno le scelte in materia di idrocarburi (petrolio e gas, in terraferma e in mare), altra potenziale fetta del progetto di riforma. Nel 2015 erano attive 220 concessioni per estrazione e stoccaggio, che hanno prodotto entrate per 275 milioni, derivanti in questo caso da canone annuo e royalty. Tra il 2017 e il 2020 scadranno 130 concessioni per un controvalore di canoni di 230 milioni. Numeri più bassi per le risorse geotermiche, cioè la coltivazione e lo sfruttamento del calore terrestre sotterraneo: 95 concessioni per 21 milioni. Le acque minerali e termali rientrano invece tra i beni del patrimonio indisponibile delle Regioni: 307 concessioni di sfruttamento per soli 18 milioni (52 quelle a scadenza tra quest’anno e il 2020). Sono 490 le concessioni per le acque termali (con entrate per 1,8 milioni).

Il nodo dei giochi
Sotto osservazione c’è anche il settore dei giochi. Tra il 2013 e il 2016 sono scadute quasi tutte le concessioni per l’apertura delle 200 sale bingo che operano in regime di proroga versando un totale di circa 120 milioni annui. Il 30 giugno 2016 sono scadute anche le concessioni per le scommesse sportive, ma in questo caso si tratta di una proroga non onerosa ed è versato solo un adeguamento delle garanzie fideiussorie. Il governo si attende ovviamente anche un incasso “una tantum” dalle nuove gare: circa 490 milioni tra scommesse e sale bingo. Anche per le tlc-tv-radio le cifre forti sono quelle una tantum, derivanti dalle assegnazioni delle frequenze: 18 miliardi totali, fin qui, per trasmissione di voce e dati. I canoni complessivi, anch’essi finiti nel monitoraggio complessivo, valgono invece 148 milioni, per il 70% riferibili alla telefonia. Entro il 2018 scadranno le concessioni della banda Gsm.

Sindaci in trincea
Nello stesso anno, dopo l’ultimo intervento del “milleproroghe”, dovrebbe essere attuata la direttiva Bolkestein per la messa a gara delle concessioni per l’occupazione di suolo pubblico. In prima fila ci sono i Comuni, per le concessioni agli ambulanti e agli stabilimenti balneari, in una partita che vale circa 750 milioni di incassi all’anno: proprio i sindaci, però, sono in prima fila per rimandare ancora l’appuntamento, a riprova del fatto che la strada verso le liberalizzazioni è ancora lunga.

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