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Piazza Affari: quanto e come sono aumentati i compensi dei manager

Secondo le rilevazioni di Assonime, crescono le remunerazioni complessive rispetto al 2018, grazie soprattutto a un generoso incremento delle stock options e della quota cash del compenso

di Antonio Criscione

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(Imagoeconomica)

Secondo le rilevazioni di Assonime, crescono le remunerazioni complessive rispetto al 2018, grazie soprattutto a un generoso incremento delle stock options e della quota cash del compenso


3' di lettura

La governance delle società quotate viene passata ai raggi x da un rapporto di Assonime, preparato in vista della Italy Corporate Governance Conference 2019 (Milano il 9 e 10 dicembre). Il report si articola su alcuni punti: la qualità dell’adesione al codice da parte delle quotate e le remunerazioni dei vertici aziendali, non solo per quanto riguarda gli importi, ma anche per quanto riguarda alcune modalità che determinano il livello di trasparenza di queste retribuzioni.

I compensi
Salgono sensibilmente, nelle rilevazioni del 2019 rispetto all’anno precedente, i compensi degli amministratori delegati delle società quotate italiane del Ftse Mib (da 3,071 a 3,712 milioni di euro annui). Scendono invece quelli delle Mid Cap (da 2,099 a 1,851) e registrano un leggero aumento i Ceo delle Small Cap (da 638 a 721mila euro). Grazie al “traino” degli ad delle big, la media complessiva passa da 1,431 a 1,428 milioni annui, mentre restano molto inferiori le remunerazioni (a responsabilità crescenti) dei non esecutive, ma anche qualche ombra sui criteri di indipendenza di una parte questi ultimi.

Per gli amministratori esecutivi di tutte le società quotate prosegue il trend di crescita della quota di remunerazione basata sulle azioni (da 516mila euro del 2016 a 840mila nella rilevazione 2019).

Per gli amministratori del Ftse Mib prosegue il trend di crescita della quota di remunerazione basata sulle stock options (da 516mila euro del 2016 a 840mila nella rilevazione 2019). Nella remunerazione “total cash”, quella che non include la parte equity supera il milione per gli Ad, 715mila per i presidenti con funzioni esecutive e 269mila per quelli che non hanno funzioni esecutive. I non esecutivi in media ricevono 85mila euro l’anno e gli indipendenti 56mila.

È molto rilevante nella crescita della remunerazione complessiva dei manager il peso dei bonus che sono raddoppiati rispetto all’anno precedente per gli ad del Ftse Mib. Per la prima volta il rapporto prende in esame anche i compensi dei sindaci delle società italiane e li rapporta ai membri dei board delle società inglesi con analoghe funzioni, con risultati a vantaggio di questi ultimi anche del 30 per cento.

La presenza di una componente variabile nel compenso dei manager è dichiarata nell’86 per cento dei casi, anche se per le società maggiori si raggiunge il 97% mentre per le piccole si arriva al 79 per cento. Tra quelle che erogano una componente variabile, nel 78 per cento dei casi dichiarano il peso di quest’ultima rispetto a quella fissa . Per le società che prevedono dei compensi variabili, il 90% prevede un tetto per essi.

Cominciano a farsi spazio anche negli obiettivi di business per i manager accanto agli obiettivi classici di tipo finanziario, ma anche di tipo non finanziario, come per esempio quelli legati alla sostenibilità. E del resto, collegato a questo tipo di evoluzione, c’è anche la crescita dell’inclusione di variabili di lungo termine nella determinazione degli incentivi del management. Circa il 79 per cento delle società prevede dei parametri di questo tipo, mentre quelli di breve termine sono previsti praticamente da tutte. Nelle small cap si trova il maggior numero delle società che prevedono solo incentivi di breve termine (30%), mentre è raro nelle blue chips (6%).

Tranne le società più grandi, sono ancora pochi i casi in cui vengono adottati dei piani di successione (quelli che dovrebbero consentire loro di superare in tempi rapidi delle situazioni di discontinuità negli organi di vertice). Si ferma al 58% il numero delle società che prevede delle clausole “malus” (claw back) per gli amministratori che non raggiungono i risultati sui quali hanno ricevuto incentivi.

L’adesione al codice
Il report mostra come, di norma, le aziende forniscano informazioni sufficientemente dettagliate sul loro modello di governo societario, sia dove vi si conformano che dove non vi si conformano (o dove lo fanno
rispettare solo in parte). Quantità e qualità delle informazioni fornite
viene ritenuto spesso buono, con un progressivo miglioramento dell’informazione nel tempo. I casi di non conformità sono spesso spiegati correttamente e chiaramente illustrati agli investitori, che sono quindi in grado di valutare gli effetti delle scelte societarie e prendere le proprie decisioni, sia a scopo di negoziazione sia a fini dell’engagement nella società.

«Le informazioni fornite nelle relazioni sul governo societario rivelano - secondo Assonime - un approccio maturo al codice. In effetti, da una parte, la decisione di adottare il Codice e di rispettarne (o meno) le raccomandazioni dovrebbero basarsi su un'analisi costi-benefici in ogni singolo caso; d'altro lato, non ci si può aspettare la piena conformità, poiché le raccomandazioni del codice rappresentano le migliori pratiche,
non requisiti minimi». La ricognizione del report va dalla qualità dell’informazione preconsiliare, alla composizione dei comitati consiliari. Tutti aspetti nei quali l’adesione al codice registra una crescente attenzione delle società

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