alla prova dei mercati

Piazza Affari e bond al test Dbrs, dopo aver perso l’ultima “A”

di Vito Lops

3' di lettura

Erano quattro anni che l’Italia non subiva un downgrade. A marzo 2013 fu Fitch a declassare il debito sovrano, subito dopo le elezioni parlamentari il cui risultato «inconclusivo» rendeva «improbabile la formazione di un governo stabile» in un clima «sfavorevole alle riforme strutturali». Copione molto simile («instabilità politica» e «riforme strutturali»), a quello usato venerdì dall’agenzia Dbrs per giustificare il taglio di rating da “A-low” a “BBB high”.

L’Italia ha perso così l’ultima “A”. Adesso, anche agli occhi della Dominion bond rating service, fondata nel 1976 a Toronto, la solvibilità del nostro debito sovrano non vale più della “tripla B”. Giudizio condiviso dalle altre tre sorelle del rating (Moody’s, S&Poor’s e Fitch) monitorate dalla Bce per valutare quanto valgono i titoli sovrani come forma di garanzie sui prestiti chiesti dalle banche commerciali sulle operazioni di rifinanziamento principale. In sostanza, quando le banche europee chiedono un prestito alla banca delle banche, la Bce, devono esibire delle garanzie. Un po’ come quando una famiglia chiede un mutuo e dietro quel prestito la banca chiede in garanzia l'ipoteca sulla casa.

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La decisione di Dbrs è importante perché da lunedì 16 gennaio 2017 BoT e BTp non potranno più essere considerati di “livello 2” quando vengono utilizzati come collaterale (garanzia) nelle operazioni di rifinanziamento per le banche. Sono scivolate, negli schemi della Bce, a “livello 3”. Ciò vuol dire che se prima dando un BoT come garanzia la Bce applicava un taglio (haircut) sul prestito dello 0,5% ora aumenterà il taglio al 6%. Per i BTp dai 10 anni in su il taglio della Bce più che raddoppia, dal 5% al 13%. In sostanza per sostenere i finanziamenti della Bce le banche dovranno aumentare la quantità di titoli di Stato italiani da dare in pegno. Il punto è che la maggior parte delle banche non utilizza i titoli di Stato come collaterale, ma preferisce la strada di altri strumenti accettati dalla Bce, come covered bond e titoli cartolarizzati.

Gli analisti non prevedono scossoni
Lunedì alla riapertura dei mercati avremo la prova del nove ma gli esperti non prevedono scossoni né sui titoli delle banche italiane né sull’oggetto diretto del downgrade: i titoli di Stato. «Non ci aspettiamo un impatto diretto sul mercato dalla decisione di Dbrs - sottolinea Fabio Balboni, economista di Hsbc -. Perché le banche italiane non hanno una scarsità di collaterale (secondo Bankitalia sono sovra-cartolarizzate, ndr). E in più le banche principali non utilizzano i titoli di Stato come collaterale. È quindi un problema che può riguardare solo qualche istituto minore».

Del resto, una prima reazione alla decisione di Dbrs la si è già potuta constatare venerdì stesso. È vero che l’annuncio è arrivato a mercati chiusi. Ma è anche vero che nelle stanze dei trader un downgrade era ritenuto probabile. Ma nonostante questo il Ftse ita banks è cresciuto del 3% e il BTp a 10 anni è rimasto inchiodato all’1,9% in una giornata dove invece il Bund tedesco è stato venduto, con il rendimento tornato sui massimi da 10 mesi.

Oltre al test sulle banche post-Dbrs, i mercati si interrogano sulla durata della rotazione dei portafogli in corso. Dopo la vittoria di Donald Trump le azioni globali sono salite dell’8% e i bond hanno perso il 5%. Perché gli investitori hanno iniziato a puntare su un aumento dell’inflazione nel medio-lungo periodo per via di politiche fiscali più espansive. Durerà ancora a lungo questo movimento? «Mancano gli elementi perché questo trend prosegua per molto - conclude Balboni -. Soprattutto in Europa dove i tempi di politiche fiscali più espansive sembrano essere più lunghi. Per questo motivo ci aspettiamo un prolungamento del Qe della Bce anche nel 2018, ma con acquisti ridotti da 60 a 40 miliardi al mese. Ci aspettiamo nella seconda parte dell’anno un recupero dei titoli obbligazionari».

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