Viaggio nell'anima dell'Europa / 12

Piccola Gerusalemme con pagoda e moschea

di Carlo Ossola

5' di lettura

Passiamo in cresta e vorremmo arrivare a Fréjus da La Turbie, quello sprone ove Dante aveva ammirato il superbo «Trophée des Alpes».

Costruito per celebrare al sommo della via Julia Augusta, le virtù di Ottaviano Augusto pacificatore: «Tra Lerice e Turbìa la più diserta, / la più rotta ruina è una scala, / verso di quella, agevole e aperta » (Purg., III, 49-51). In effetti, il col di Braus tra Sospel e l’Escarène ha messo a dura prova la vecchia auto e, reso onore al Trophée, ci tocca percorrere l’ultimo tratto, Nice-Puget, in autostrada. Fréjus è uno dei Forum Julii romani, il più strategico nel tempo, da Cesare a Carlo V (che la ribattezzò «Charleville» nel 1536) a Napoleone, che vi sbarca tornando dalla campagna d’Egitto nell’ottobre 1799. Conserva tutti i segni di una città romana: vestigia dell’acquedotto e del porto, teatro e anfiteatro: quest’ultimo anzi, con una tremenda iniezione di cemento armato, è tornato a funzionare come «arènes» municipali. La lanterna e la torre del faro del porto romano ancora offrono brandelli svettanti.

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Ma siamo qui per altre ragioni: perché Fréjus è la sede della più antica pagoda e della più antica moschea (con quella di Parigi) di tutta la Francia: alla vigilia della prima Guerra mondiale il quartiere militare di Caïs si sviluppò, grazie al generale Joseph Gallieni, che aveva dimora nel Comune ed era stato nominato nuovo ministro della guerra. A Fréjus vennero dunque di stanza i «régiments coloniaux» (le truppe cioè reclutate in Indocina e in Senegal e Mali) in campi di «transizione climatica». Le installazioni militari continuarono ad ampliarsi sino al 1920 e vi trovarono posto appunto la pagoda Hông Hiên Tu, e qualche anno più tardi la moschea di Missiri, perché la “transizione” all’Occidente, per i soldati “indigeni”, fosse meno rude. È particolarmente significativa la motivazione che il capitano Abdel Kader Mademba (discendente da una famiglia di militari al servizio di un mito, la Francia, e padre di Claude Mademba Sy, 1923-2014, l’ultimo dei “tirailleurs” neri, ambasciatore poi del Senegal e strenuo difensore dell’uguaglianza dei diritti tra africani e bianchi quanto alle pensioni di guerra) adduce per la costruzione della moschea di Missiri: occorre «fornire al “tirailleur noir” l’illusione, più fedele possibile, della presenza di un ambiente analogo a quello ch’egli ha lasciato, affinché egli possa ritrovare la sera, nel corso di favoleggiamenti interminabili, gli echi del tam-tam riverberarsi sulle mura di una costruzione familiare, evocatrice di visioni capaci di mitigare la sensazione di isolamento che spesso lo assale e di collocarlo, in certo modo, nel contesto nativo». Pare a noi, mentre si discute di jus soli, che sarebbe necessario tornare indietro di un secolo…

La pagoda è ancora officiata, dopo un radicale restauro, e la moschea Missiri abbandonata: ma tra le più belle, nella sua semplicità, che si possano ammirare in Europa; penso a questo ricorrente indietreggiare della civiltà e forse, per converso, al «genius loci», esprit des lieux, che qui governa, se è vero che nativo di Fréjus era Emmanuel Joseph Sieyès (Fréjus, 1748 – Parigi, 1836), abate e poi vicario generale di Chartres nel 1787, ma soprattutto autore nel 1788 dell’Essai sur les privilèges e poi del pamphlet di inizio 1789, Qu’est-ce que le Tiers-État ?, testi fondatori della Rivoluzione francese. Basterebbe, di quest’ultimo saggio, ricordare l’ouverture: «Lo schema di questo scritto è semplice. Dobbiamo porci tre domande: 1°: Cos’è il Terzo Stato: TUTTO. 2°: Che cos’è stato sino ad oggi nell’ordinamento politico? NULLA. 3°: Che cosa chiede? Diventare QUALCOSA». A percorrere il testo, nutrito dalle «Lumières de la morale politique», animato dall0 «esprit d’égalité» («Tout est égal!»), sicuro della «marche de la Raison», erede di Rousseau, tutto dipendendo da: «l’action de la volonté commune», votato al riscatto del terzo Stato (i primi due, in Antico Regime, designando la nobiltà e il clero): «Il terzo Stato deve prendere atto, dal movimento delle idee e degli affari, ch’esso non può nulla sperare se non dai propri Lumi e dal proprio coraggio; la ragione e la giustizia sono dalla sua parte; bisogna ora che se ne assuma tutta la forza», si sente il fermento di un’evidenza che attende solo di essere riconosciuta nei «droits communs des citoyens». In verità la perorazione per i «nouveaux citoyens» non è solo per ottenere un’«Assemblée nationale» paritaria, ma raffrena una malcelata impazienza: «Bisogna che i Lumi conducano all’equità, per amore o per forza». L’imminenza di una «scissione» radicale entro la nazione sembra ormai ineludibile: «Le circostanze non permettono più il calcolo: bisogna avanzare o recedere, abolire o riconoscere dei privilegi iniqui e antisociali». E infine la parola «rivoluzione» è pronunciata, come un dato di fatto: «Si chiuderebbero invano gli occhi sulla rivoluzione che il tempo e la forza delle cose hanno operato; essa è una realtà. Un tempo il Terzo [scil. Stato] era servo, e la Nobiltà tutto. Oggi il Terzo è tutto, è Nobiltà è una parola»; e come un ferreo séguito di eventi: «Tutto sta nell’ordine sociale; se di esso trascurate una parte, ciò non sarà impunemente per le altre. E se date avvio al disordine, vi dovrete attenere alle sue conseguenze: e questa concatenazione è necessaria». La logica dell’ineluttabile…

Mentre seguo la bella idea dell’esprit des lieux, essi mi smentiscono: Fréjus è oggi una delle roccaforti del «Front national»: il sindaco David Rachline è uno sbrigativo autocrate e, nelle recenti elezioni presidenziali francesi, Marine Le Pen ha avuto, al primo turno, qui a Fréjus, una delle percentuali più alte di suffragi: 33,5 per cento.

Non c’è molto che consoli nella storia: la “rottura di memoria” tra le generazioni affligge tutta l’Europa e la fa regredire di secoli; prima di partire, mi concedo un’ultima puntata alla chapelle Notre-Dame-de-Jérusalem (1961-1965), concepita da Jean Cocteau e voluta dal banchiere Jean Martinon che intendeva creare, nel quartiere della Tour de Mare di Fréjus, una “città ideale” per artisti. La morte prematura dell’artefice, 11 ottobre 1963, interrompe l’opera che sarà compiuta dall’amico e sodale di Cocteau, Édouard Dermit, seguendo fedelmente gli schizzi preparatori del poeta. Poco prima di morire Cocteau scriverà a Jacques Maritain, il 28 settembre 1963: «Ho chiuso con telefonate e visite. A fine ottobre, misurerò le mie forze e andrò a Fréjus per prendere contatto con un’impresa che sogno altrettanto libera, altrettanto colma, che quella di Saint-Pierre de Villefranche [1957]». Non riuscirà: ma nel silenzio dei pini e della vegetazione mediterranea, la cappella, i suoi mosaici, le vetrate, sono uno scrigno di luminosa ricapitolazione della storia, di plenitudine volta a Gerusalemme. In fondo, mi dico partendo, è sufficiente che ogni generazione pensi a una Gerusalemme perfetta (come vedremo a Liebana), intatta, piena di luce, perché la speranza rimanga: «Di’ che Gerusamme è» (Paul Celan, I poli, 1969, da Dimora del tempo): «dillo, come se io fossi questo / tuo biancore, / come se tu fossi /il mio, // e potessimo esser noi senza di noi, / […] // tu ci avvolgi pregando / nella libertà»: du betest, du bettest / uns frei.

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