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Pier Paolo Pasolini, 45 anni fa la morte

In occasione dell'anniversario della sua morte, avvenuta il 2 novembre del 1975, ripensiamo al Pasolini regista e alla sua ricca filmografia

di Stefano Biolchini e Andrea Chimento

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Pier Paolo Pasolini (Afp)

In occasione dell'anniversario della sua morte, avvenuta il 2 novembre del 1975, ripensiamo al Pasolini regista e alla sua ricca filmografia


4' di lettura

Quando si parla di Pier Paolo Pasolini spesso si sottovaluta colpevolmente la sua grandezza come regista cinematografico.Intellettuale e scrittore, poeta e giornalista, polemista, filosofo e drammaturgo: Pasolini è stato uno degli artisti italiani più versatili del ventesimo secolo e ancora oggi, a 45 anni dalla sua tragica morte avvenuta il 2 novembre del 1975, si possono ritrovare echi del suo lavoro negli ambiti più disparati.

Fu PPP anche una delle figure più controverse del secolo scorso, che divise costantemente tra cultori della sua poetica e detrattori, tra chi lo osannava e chi invece sminuiva il suo lavoro. Da ricordare le parole di Alberto Moravia che, al funerale dello scrittore, disse che di poeti ne nascono pochi in un secolo e lui fu sicuramente uno di quelli che dovranno essere ricordati al termine del Novecento.

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In una serie di interviste realizzate nel 2005, per il trentennale della morte, Dacia Maraini disse che di Pasolini le manca soprattutto il senso dell'indignazione, mentre il cugino di Pasolini, Nico Naldini, sottolineò come l'importanza nel ricordarlo è soprattutto quella di cogliere la bellezza della sua poetica e del suo cinema, che alcuni lasciarono in secondo piano per parlare più dell'uomo che dell'artista.

«Accattone»

Al cinema, Pasolini esordì nel 1961 con «Accattone», una straordinaria opera prima che può essere letta come una vera e propria trasposizione dei suoi romanzi precedenti, a partire dal celebre «Ragazzi di vita» del 1955. Ad «Accattone» seguì nel 1962 «Mamma Roma», un'altra pellicola ambientata tra i meandri della periferia romana.

Un cinema libero e moderno

Molto presto a Pasolini venne imputato di non avere una formazione accademica adeguata per fare il regista, di non conoscere bene le tecniche e di non seguire le regole sul corretto utilizzo della macchina da presa: eppure, sono stati forse proprio questi alcuni tra gli elementi più significativi del suo cinema.Un cinema libero e moderno, privo di barriere e convenzioni, che raccontava le difficoltà della vita di borgata, unendo un'estetica visiva semplice e minimale a una colonna sonora che riprende la grande musica classica.

Le vicende del sottoproletariato romano di «Accattone» sono accompagnate da Bach, in uno straordinario gioco audiovisivo che unisce il sacro (dato dalla colonna sonora) al profano (la vita del giovane protagonista) con una forza che raramente si era vista nel cinema precedente.Ed è molto simile, e forse ancor più spiazzante, ciò che viene messo in scena con «Il vangelo secondo Matteo» del 1964: se eravamo abituati a vedere le storie della Bibbia al cinema attraverso, soprattutto, grandi produzioni hollywoodiane con colori accessi e dispendiosi effetti speciali, Pasolini risponde con un film in bianco e nero, dall'essenzialità addirittura neorealista, con attori sconosciuti e volti decisamente meno “belli” rispetto a quelli proposti dal cinema a stelle e strisce.

Cortometraggi e documentari

«Il vangelo secondo Matteo» fece naturalmente scandalo all'epoca, ma già l'anno prima Pasolini aveva attirato l'attenzione della Chiesa con «La ricotta», episodio inserito nel film collettivo «Ro.Go.Pa.G». In quel caso, Pasolini mise in scena la lavorazione di un film sulla Passione di Cristo, con citazioni a pittori come Rosso Fiorentino e Pontormo, con Orson Welles nei panni del suo alter ego (il regista del “film nel film”) e alcune scelte narrative che scatenarono le controversie.«La ricotta», però, è solo l'inizio di un importante percorso che Pasolini fece anche come regista di episodi e cortometraggi (il migliore? L'emozionante «Che cosa sono le nuvole?» con Totò), ma nella sua carriera sono numerosi anche i documentari, tra cui nel 1964 quel «Comizi d'amore» che sembra anticipare molte forme del giornalismo moderno.

La seconda metà degli anni Sessanta

Negli anni attorno al '68 il cinema di Pasolini si fa sempre più politico, impegnato, militante.Se con «Uccellacci e uccellini» (1966) e «Teorema» (1968) ha firmato due lungometraggi espliciti nella loro provocazione (anche nei confronti del comunismo in Italia), pur sfruttando le chiavi del simbolismo e dell'allegoria, con «Edipo Re» (1967) e «Medea» (1969) ha ripreso le tragedie greche classiche per parlare (anche) dell'Italia del ventesimo secolo, del fascismo e delle differenze tra borghesia e sottoproletariato.

La Trilogia della Vita e Salò

Mentre i benpensanti condannavano ancora il sesso alla fine degli anni Sessanta, Pasolini scelse di fare una sua particolare denuncia, destando ancora più scandalo in un certo tipo di pubblico che lo considerava una delle figure più pericolose del mondo della cultura in Italia.La “denuncia” di questo modo di pensare fu realizzare una trilogia (chiamata la “Trilogia della vita”) che avrebbe scandalizzato già dal soggetto di partenza: «Il Decameron» da Boccaccio, «I racconti di Canterbury» da Chaucer e «Il fiore delle Mille e una Notte», che riprende la celebre raccolta di novelle orientali.Se già con questa trilogia, che artisticamente ha esiti altalenanti, Pasolini aveva mostrato qualcosa che sul grande schermo non si era praticamente mai visto, il suo vero e proprio film shock arrivò subito dopo e fu, purtroppo, l'ultima pellicola che da lui girata: proiettato per la prima volta nello stesso anno della sua morte, «Salò o le 120 giornate di Sodoma» è un'opera che scatenò moltissime proteste e lunghe persecuzioni giudiziarie: il produttore subì processi per oscenità e la pellicola venne sequestrata, prima di tornare in circolazione qualche anno dopo.Eppure, quest'opera maledetta e monumentale, allo stesso tempo repellente e fondamentale, che mescola il marchese De Sade, l'Inferno di Dante e il fascismo, è sicuramente tra le opere più importanti che Pasolini abbia realizzato.Un film complesso e intellettuale, che ci porta spesso a voler distogliere lo sguardo dallo schermo per gli orrori mostrati, ma che allo stesso tempo è realmente qualcosa che prima (e forse dopo) non si era mai visto. «Salò o le 120 giornate di Sodoma» (che avrebbe dovuto essere il primo capitolo di una nuova trilogia, la “Trilogia della Morte”) è l'ennesima, straordinaria testimonianza dell'urgenza creativa che muoveva lo spirito di Pasolini, un artista che soltanto la morte ha potuto fermare.


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