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Pietà Bandini di Michelangelo: restauro al via

L’intervento avverrà al Museo dell'Opera senza rimuovere la scultura

di Marco Carminati


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Pietà Bandini; Opera di Santa Maria del Fiore, Museo dell’Opera del Duomo, Firenze (Courtesy: CloroStudio per Opera di Santa Maria del Fiore)

3' di lettura

La Pietà Bandini, uno dei capolavori della vecchiaia di Michelangelo Buonarroti, oggi conservata nel Museo dell'Opera di Firenze, sarà nei prossimi mesi sottoposta a un importante restauro effettuato da Paola Rosa nelle sale stesse del museo, senza rimuovere l'opera.

La vita avventurosa del gruppo marmoreo fin dal suo concepimento e la sua movimentata storia collezionistica hanno lasciato tracce vistose sulla pelle del marmo. Michelangelo aveva circa 70 anni quando cominciò a scolpire questo gruppo, composto di quattro personaggi (Cristo, la Vergine, Maria Maddalena e Nicodemo), normalmente denominato “Pietà” ma che le fonti antiche chiamavano invece “Deposizione”.

Iniziato tra 1546 e il 1547, sappiamo da Vasari che nel 1550 il gruppo è ancora in lavorazione, mentre Ascanio Condivi, l'altro biografo contemporaneo del Buonarroti, afferma che la scultura era destinata all'altare della cappella in una chiesa romana dove l'artista pensava di essere sepolto: non a caso Michelangelo si ritrae nel vegliardo (Nicodemo) che sostiene il corpo del Salvatore.

Inspiegabilmente però, a un certo punto della lavorazione, lo scultore decise di abbandonare l'opera. Non solo, in un momento di rabbia la prese a martellate e cercò di mandarla in frantumi. Un servo di casa intervenne e gli impedì di distruggere del tutto l'opera, si fece consegnare i frammenti e li fece riaccomodare da Tiberio Calcagni, un scultore collaboratore del maestro. La lucidatura del corpo di Cristo e il completamento della figura di Maria Maddalena a sinistra sono dovuti alla mano del Calcagni, mentre la testa di Cristo e le figure di Maria a destra e del vegliardo Nicodemo al centro testimoniano lo stato d'incompiutezza in cui Michelangelo lasciò il gruppo. L'opera - così riaggiustata - venne venduta al nobile romano Francesco Bandini e venne collocata per quasi un cento anni all'aperto sotto una loggia nel giardino Bandini a Roma.

La “Pietà” arrivò a Firenze nel 1674 e nel 1722 venne collocata in Duomo . Nel 1981 trovò sede nel Museo dell'Opera.
L'intervento di restauro ora programmato, che deve fare i conti con la travagliata storia del marmo lasciato incompiuto, frantumato e ricomposto, sarà in realtà un intervento “minimo”, volto a non modificare la visione ormai consolidata della superficie “ambrata” dell'opera ma a recuperare la maestosa tridimensionalità del gruppo, attualmente mortificata da scure patine sovrapposte nel tempo.

Inoltre, la Pietà Bandini è ammirata da centinaia di migliaia di visitatori che ogni anno sostano davanti ad essa e che sono inconsapevolmente uno dei fattori principali di degrado. I massicci flussi di persone portano con sé notevoli quantità di polvere, particellato atmosferico, laniccio e umidità, che si depositano sull'opera. L'immagine che percepisce l'occhio guardando il gruppo è dunque quella di un manufatto coperto ed offuscato da un sottile film disomogeneo. Ma sono presenti anche cere ossidate e sostanze di natura proteica ed oleosa, applicate intenzionalmente sia al momento dell'esecuzione delle integrazioni, sia durante l'esecuzione di calchi o di probabili manutenzioni passate. Con il tempo, queste sostanze inizialmente trasparenti si sono modificate a causa del naturale processo di invecchiamento e hanno cambiato notevolmente l'aspetto originario del marmo, conferendogli la vistosa colorazione ambrata.

A tutto questo il restauro di Paola Rosa dovrà porre garbatamente rimedio, fino a restituire una più gradevole lettura dell'opera. Un lavoro reso possibile dell'impulso di Timothy Verdon, direttore del Museo dell'Opera, e dal generoso sostegno dei benemeriti “Friends of Florence” presieduti da Simonetta Brandolini d'Adda.

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