capitani d’impresa

Pietro Marzotto, Conte dall’anima contadina e manifatturiera insieme

di Paolo Bricco


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4' di lettura

Con l’addio di Pietro Marzotto, il nostro Paese saluta un pezzo di se stesso e della sua Storia. Uno dice la Marzotto. Come direbbe la Fiat e la Pirelli, la Falck e la Olivetti. Uno cita Pietro Marzotto. Come citerebbe Gianni e Umberto Agnelli, Leopoldo Pirelli e Alberto Falck, Adriano e Roberto Olivetti.

Sono queste le due generazioni che hanno costruito l’Italia nella sua natura di Paese delle Fabbriche e nei suoi equilibri fra potere economico e potere politico, fra rappresentanza degli interessi e individui – famiglie, nello specifico italiano – che hanno conquistato un benessere discontinuo, ma progressivo.

Pietro Marzotto incarna l’anima manifatturiera e insieme contadina, il Veneto umile della sua Valdagno che diventa uno dei più operosi centri industriali del Paese, l’attaccamento alle radici dell’Alto Vicentino e anche la gioia di vivere di Cortina e il fascino senza tempo di Venezia.

Ultimo di sette fratelli – nato l’11 dicembre 1937 a Valdagno – il figlio del Conte Gaetano Marzotto si laurea in giurisprudenza a Milano e svolge – nell’ultimo periodo universitario – un periodo come semplice apprendistato da operaio negli stabilimenti di Mortara e di Valdagno. Qualcosa di molto lontano dalla concezione odierna di un mondo sempre più propenso alla dematerializzazione e alla finanziarizzazione. Un gesto, invece, per nulla retorico, ma assai concreto, che creava le basi - fin dalla più giovane età - per il futuro imprenditore - anzi, il futuro industriale - di un rapporto simbiotico con i suoi operai, con i suoi stabilimenti, con la sua comunità.

Gli anni Sessanta sono anni di conflitti. Il 19 aprile del 1968, le agitazioni operaie sono così intense da trasformarsi in moti di piazza e da portare all’abbattimento della statua di Gaetano Marzotto. I due stabilimenti di Valdagno sono occupati. Il clima è quello. Nel 1971, Pietro Marzotto diventa direttore delle attività tessili dell’azienda di famiglia. Nel 1972, è amministratore delegato. Sono appunto ancora gli anni delle lotte di fabbrica e del confronto duro con il sindacato, che nello specifico di un territorio e di una impresa con una specializzazione produttiva come il tessile ad alto impatto ambientale non sono soltanto concentrati sui salari, ma anche sulla salute. Sono pure gli anni in cui si conferma il modello di Welfare ante litteram della Marzotto, secondo una linea tipica di molte imprese italiane del Novecento: il centro sociale, le case aziendali, l’asilo, l’ospedale, la colonia estiva per i figli dei dipendenti a Jesolo. Una tendenza di lungo periodo, con Gaetano fatto Conte dal Governo Mussolini nel 1939 per le istituzioni assistenziali realizzate in azienda e sul territorio.

Nel 1980, Pietro Marzotto è vicepresidente esecutivo. Nello stesso anno, diventa presidente di Consortium, una società ispirata dalla Mediobanca di Enrico Cuccia e partecipata da molti pezzi del capitalismo italiano che aveva l’obiettivo di ristrutturare aziende strategiche in crisi. In particolare, lui si occupa di elaborare il piano di risanamento della Snia Viscosa. Nel 1982 torna in pianta stabile nel gruppo assumendone la guida con la carica di presidente.

Nell’estate indiana del capitalismo italiano, costituita da quegli anni Ottanta gravidi di successi e di aspettative che poi non verranno confermati e che poi saranno disattese alla prova della globalizzazione iper-concorrenziale degli anni Novanta e Duemila, il gruppo di Valdagno elabora strategie accorte, adopera leve efficaci, fa cose più giuste: internazionalizzazione, con una quota crescente del giro d’affari ottenuta sui mercati stranieri, diversificazione (in particolare nella prima parte, introducendo il lino rispetto alla lana) e simbiosi fra il tessile e l’abbigliamento, in particolare tramite la politica dei marchi. Alla fine di quel periodo, gli addetti sono oltre 11mila. A quel punto, la Marzotto è una multinazionale.

Nel 1991, la Marzotto entra nella confezione acquisendo il marchio tedesco Hugo Boss. La politica di focalizzazione e di costruzione di un sistema societario efficiente ha un passaggio mancato nel 1997, quando non si realizza la fusione con la Hdp, nata dalla scissione delle attività industriali di Gemina (per esempio, Fila e Gft). Il progetto di un gruppo consistente e coeso, integrato e diversificato rimane una delle incompiute del capitalismo italiano, nonostante l’acquisizione nel 2002 di Valentino e la quotazione nel 2005 del Valentino Fashion Group.

La traiettoria di Pietro Marzotto è segnata da una intensa vita personale: ha quattro relazioni importanti, si sposa tre volte e ha quattro figli. La prima volta si sposa con l’inglese Stefania Searle, da cui ha tre figli: Umberto, Italia e Marina. Poi ha come compagna Titti Ogniben, da cui ha il quarto figlio, Pier Leone. La seconda volta si sposa con Mariolina Doria De Zuliani. La terza volta si sposa con Anna Maria Agosto Peghin.

La vita del Conte si divide fra il privato e il pubblico, fra le aziende e l’impegno nella rappresentanza, tanto da essere presidente dell’Associazione Industriale di Vicenza e dell’Associazione dell’Industria Laniera Italiana, oltre che vicepresidente di Confindustria (dal 1982 al 1984 con Vittorio Merloni, dal 1988 al 1990 con Sergio Pininfarina e dal 1996 al 1998 con Giorgio Fossa) e consigliere delegato per il Centro Studi Confindustria (dal 1994 al 1996 con Luigi Abete).

Nella sua esistenza, un tema particolarmente delicato è stato quello della sorte delle imprese familiari, un canone ben incarnato dalla Marzotto. Fin dagli anni Ottanta, Pietro Marzotto riflette sul tema della managerializzazione dell’impresa, sull’ipotesi di una public company - modello anglosassone ad alta diffusione dei diritti di proprietà - e sul destino del capitalismo familiare che, se privo di una governance chiara ed efficiente, rischia di essere minato dal frazionamento delle quote di proprietà in capo agli eredi degli eredi degli eredi degli eredi. Alla fine, partendo dalla posizione di azionista di maggioranza relativa, progressivamente cede le sue quote lasciando la carica di presidente esecutivo nel 2004.

Con lui dunque se ne va il Conte, in quella galleria delle personalità del nostro Novecento che, con il passare degli anni, è sempre più una casa degli spiriti.

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