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Pignatone, 45 anni in magistratura: dalle indagini sulla ’ndrangheta al nord alla Cupola di Roma

di Ivan Cimmarusti


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(ANSA)

2' di lettura

È il magistrato che ha smentito le tesi negazioniste degli ultimi decenni, dimostrando con prove confermate dalla Corte d’Appello che la mafia a Roma c’è ed opera a più livelli. Oggi è il compleanno professionale del procuratore capo Giuseppe Pignatone. Il 5 febbraio 1974 è stato nominato in magistratura: 45 anni dedicati alla lotta alla criminalità organizzata, facendo parte della Dda di Palermo fin dalla sua costituzione nel 1991. Un investigatore di grande intuito anche sul fronte dei reati contro la Pubblica amministrazione, capace di riorganizzare l’ufficio requirente capitolino, la Procura più grande d’Europa.

Gli oltre 30 anni di professione in Sicilia
Il 5 febbraio 1974 c’è il decreto di nomina. Ma dopo il periodo da uditore e dopo aver svolto tra il 1975 e il 1976 il servizio di leva, il Csm delibera la sua nomina come pretore di Caltanissetta prima e come sostituto procuratore a Palermo. In quasi 20 anni si occupa dei principali processi di mafia, per reati economici e contro la Pubblica amministrazione. Istruisce in Corte d’Assise il processo per i cosiddetti «reati politici»: gli omicidi dell’allora presidente della Regione Piersanti Mattarella, del segretario regionale del Partito Comunista Pio La Torre e del segretario provinciale della Democrazia cristiana Michele Reina, che si conclude con la condanna all’ergastolo dei responsabili. Ha seguito le indagini che hanno portato all’arresto dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e nell’allora nascente Direzione distrettuale antimafia (1991) ha lavorato con i procuratori Pietro Giammanco e Giancarlo Caselli. Nel 2000 è nominato procuratore aggiunto di Palermo, divenendo il principale collaboratore dell’allora procuratore Pietro Grasso. Saranno i suoi accertamenti a portare l’11 aprile 2006 alla cattura di Bernardo Provenzano.

La nomina alla Procura di Reggio Calabria
Il 15 aprile 2008 diventa procuratore della Repubblica di Reggio Calabria. In coordinamento con la Direzione distrettuale antimafia di Milano, svolge l’inchiesta “Crimine” che dimostra, in modo inconfutabile, la presenza strutturata della ’ndrangheta in Lombardia. Nel 2010 arriva una telefonata anonima alla polizia: «Andate allo svincolo di San Giorgio extra, sul Calopinace. Troverete una sorpresa per Pignatone». Si trattava di un bazooka, un’arma da guerra che ha lo scopo di intimidire, ma inutilmente, il magistrato.

L’arrivo alla Procura di Roma: da Mafia Capitale al caso Cucchi
Il 19 marzo 2012 entra in possesso dell’ufficio di procuratore capo a Roma. In sei anni porta a termine importanti indagini. Il suo fiore all’occhiello è Mafia Capitale, l’associazione di tipo mafioso capeggiata dal boss ed ex Nar Massimo Carminati. Pignatone coordina un pool di magistrati e di investigatori dei carabinieri del Ros, dimostrando l’esistenza nella Capitale di un sodalizio mafioso tutto romano. Fatti poi indirettamente confermati dalle sentenze di condanna per il clan Fasciani di Ostia. Pone particolare attenzione alle indagini sul fronte finanziario, svelando la ramificazione mafiosa di camorra e ’ndrangheta nei business della Capitale. Non solo: numerose indagini dimostrano le gravi corruzioni che da anni si consumano nei palazzi delle Amministrazioni pubbliche e con grande tenacia coordina le verifiche sull’omicidio di Stefano Cucchi. A maggio prossimo Pignatone lascerà il suo ruolo per raggiunti limiti di età. Al Csm si è già aperta la sfida per il suo successore.

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