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Pil 2020, il rimbalzo del terzo trimestre non eviterà la flessione del -10/11%

Il rischio è che le ripercussioni negative della pandemia sugli scambi internazionali, sui flussi turistici e sui comportamenti delle famiglie e delle imprese restino persistenti frenando consumi e investimenti e spostando al 2022 il materializzarsi di una ripresa più sostenuta

di Dino Pesole

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Il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri

Il rischio è che le ripercussioni negative della pandemia sugli scambi internazionali, sui flussi turistici e sui comportamenti delle famiglie e delle imprese restino persistenti frenando consumi e investimenti e spostando al 2022 il materializzarsi di una ripresa più sostenuta


3' di lettura

Qualche spiraglio che con ogni probabilità aprirà la strada a partire dal terzo trimestre 2020 all’atteso “rimbalzo” rispetto al profondo rosso (-12,4%) del secondo trimestre e il -5,4% del primo. Secondo le stime più accreditate tuttavia il recupero nella seconda metà dell’anno non riuscirà ad evitare che il 2020 si chiuda con un Pil in flessione del 10-11 per cento. La produzione industriale a giugno è salita dell’8,2% rispetto a maggio. Certo in maggio l’incremento, come spiega l’Istat, era stato eccezionale perché aveva fatto seguito al crollo causato dalla pandemia e comunque su base annua è possibile prevedere che questo indicatore-chiave per capire come va l’economia registrerà una contrazione del 13,7%.

La ripresa per settori

Conseguenza inevitabile della paralisi delle attività produttive nei mesi del lockdown. Pesa il crollo del turismo che contribuisce per il 13% del Pil e di un comparto trainante come l’automotive, il crollo complessivo della domanda per consumi e investimenti. Considerando i raggruppamenti principali di industrie - fa sapere l’Istat - il percorso di ripresa appare meno intenso per i beni strumentali e quelli intermedi, per i quali i valori dell’indice a giugno rimangono più distanti da quelli di febbraio (rispettivamente 19,9 e 14,9 punti percentuali). La ripresa della produzione appare comunque generalizzata tra i settori. A giugno 9 settori su 10 sono risultati in espansione ma i livelli di produzione raggiunti rimangono, in molti settori, comunque inferiori a quelli di febbraio.

La prossima revisione delle stime di crescita da parte del Governo è attesa per fine settembre con la Nota di aggiornamento del Def, e tuttavia pare ormai fuori portata l’obiettivo contenuto nel Def di aprile di un Pil 2020 a -8%. La previsione di un calo del prodotto a -10/11% si avvicina alla stima della Commissione europea, mentre il Fmi nelle sue previsioni dello scorso 25 giugno ha previsto una recessione ancor più marcata: - 12,8%.

La ripresa a “U”

Del resto anche la Banca d’Italia, nel suo ultimo Bollettino economico ha previsto che qualora si realizzi lo scenario di base, che presuppone che la pandemia sia sotto controllo, il Pil subirebbe una contrazione del 9,5% su base annua, che però salirebbe al 13% nello scenario meno favorevole. Quanto al 2021, permane il rischio che la ripresa sia graduale, senza quell'impennata auspicata dallo stesso governo, in sostanza una ripresa a “V”: violenta caduta del Pil seguita da una rapida risalita. Nel nostro caso si realizzerebbe piuttosto una ripresa a “U”. Il rischio è che le ripercussioni negative della pandemia sugli scambi internazionali, sui flussi turistici e sui comportamenti delle famiglie e delle imprese restino persistenti frenando in tal modo consumi e investimenti e spostando dunque al 2022 il materializzarsi di una ripresa più sostenuta.

Il ruolo fondamentale della politica economica

Le scelte di politica economica che verranno adottate a partire dal prossimo autunno, con la presentazione a Bruxelles del Piano per il rilancio e il successivo avvio della sessione di Bilancio per la discussione e approvazione della manovra economica per il 2021, saranno decisive per il futuro del Paese.

Non vi è alternativa alla strada di puntare tutte le energie disponibili al sostegno della crescita, attraverso la combinazione di incisive e credibili riforme strutturali e di investimenti pubblici e privati, cui attribuire il compito di accrescere la produttività dell'intera economia nazionale. Ecco perché l'appuntamento con il Piano di rilancio che il Governo presenterà tra settembre e ottobre a Bruxelles, passo indispensabile per accedere ai 209 miliardi del Recovery Fund, sarà decisivo per il futuro della nostra economia.


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