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Pil 2021 al 6%? Ecco perché si va verso il dimezzamento delle stime

La crescita 2021 si attesterebbe in una forchetta tra il 3 e il 3,5 per cento. Le incertezze legate alla messa a punto del Recovery Plan, aggravate dagli effetti della crisi di governo e dall'incerta evoluzione della campagna vaccinale, motivano per molti versi la possibile frenata

di Dino Pesole

Il presidente del Consiglio incaricato Mario Draghi (foto Afp)

4' di lettura

Lo scorso 20 gennaio, intervenendo in audizione in Parlamento sull'ultimo scostamento di bilancio da 32 miliardi, il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri, ha sostenuto che nell'anno in corso la previsione programmatica di un aumento del Pil pari al 6% potrà essere rivista al ribasso ma non di discosterà di molto da tale stima. A patto che la campagna di vaccinazione prosegua «secondo le previsioni» e se gli interventi di politica economica definiti dalla legge di bilancio e integrati dalle misure di sostegno del prossimo decreto, e soprattutto accompagnati dagli investimenti previsti nel Recovery Plan, «saranno, tempestivamente attuati».

In realtà, le previsioni messe a punto da Banca d'Italia, Upb e Fmi, convergono verso una più marcata revisione al ribasso. La crescita 2021 si attesterebbe in una forchetta tra il 3 e il 3,5 per cento. Le incertezze legate alla messa a punto del Recovery Plan, aggravate dagli effetti della crisi di governo e dall'incerta evoluzione della campagna vaccinale, motivano per molti versi la possibile frenata. Vi si potrebbe porre rimedio, ma per questo occorrerebbero misure urgenti a sostegno della domanda interna in grado di dispiegare i loro effetti nella seconda metà dell'anno.

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La sfida della crescita al primo posto nell'agenda di Draghi

Da sempre, prima nella sua veste di governatore della Banca d'Italia poi in quella di presidente della Bce, Mario Draghi ha posto l'accento sul tema fondamentale della crescita. È lecito dunque ritenere che se il suo tentativo di formare il nuovo governo andrà a buon fine, questo sarà uno dei punti salienti del programma che sottoporrà al Parlamento. Non si possono certo immaginare ricette miracolistiche per un'economia in profonda recessione, ma il faro per Draghi non potrà che essere questo, ed è dunque centrale e prioritaria la messa a punto di un Recovery Plan serio e credibile, in cui il tema fondamentale delle riforme (altro punto fermo della “cassetta degli attrezzi” dell'ex numero uno della Bce) sia sostenuto da un puntuale cronoprogramma. È del resto la via maestra – che Draghi ha tracciato da tempo – per rendere sostenibile il debito pubblico e per avviarne la graduale riduzione.

Nel 2020 la caduta del Pil è stata meno intensa del previsto

Può confortare ma solo in parte la stima preliminare comunicata dall'Istat, in attesa dei dati congiunturali annuali che saranno diffusi il prossimo 1° marzo, che registra una contrazione del Pil dell'8,8% (rispetto al 9% previsto dal Governo). Un dato che incorpora un calo del 2% dell'ultimo trimestre rispetto ai tre mesi precedenti (6,6% in termini tendenziali) Il Pil acquisito per il 2021, che si otterrebbe se la variazione di tutti e quattro i trimestri dell'anno fosse pari a zero, è pari al +2,3%. Dopo il notevole “rimbalzo” del terzo trimestre (+16%), la contrazione nel quarto trimestre è da porre in relazione alle nuove misure restrittive adottate per far fronte alla pandemia.

Per il 2021 stime da rivedere con il prossimo Def

Sarà il prossimo Documento di economia e finanza la cui messa a punto è attesa entro metà aprile ad aggiornare le stime per l'anno in corso. Si può ipotizzare fin d'ora che la revisione al ribasso rispetto al 6% (5,1% in termini tendenziali) possa essere più contenuta rispetto a quanto prevedono i maggiori istituti di previsione degli andamenti congiunturali dell'economia? Il primo, immediato sostegno alla crescita (se il tentativo di Draghi andrà a buon fine) potrebbe consistere in un nuovo pacchetto di misure “espansive” (non bonus ma interventi mirati a sostegno delle attività produttive) che potrebbero cominciare a invertire la tendenza a partire dalla seconda metà dell'anno. Misure in grado di contribuire a far virare in positivo le aspettative, nella consapevolezza che l'uscita da una recessione così profonda non potrà che essere graduale, e che con ogni probabilità non sarà possibile tornare ai livelli (peraltro non molto incoraggianti) pre-Covid prima del 2022-2023. La scelta delle misure da adottare potrà (e dovrà) essere in linea con la stessa strada indicata da Draghi: si può ricorrere all'arma del debito ma a patto che si tratta di spese dirette ad aumentare il potenziale di crescita dell'economia. Debito “buono” dunque, che privilegi formazione, ricerca, lavoro.

La sfida del Recovery Plan

Nel medio periodo, la partita la si giocherà per gran parte sull'effettiva capacità di realizzare nei tempi previsti il piano di riforme e investimenti atteso da Bruxelles entro fine aprile, con annessa la precisa indicazione della struttura di coordinamento cui dovrà essere affidato il compito di pilotare l'intera operazione. Da qui al 2026, stando alle stime contenute nell'ultima bozza (ora da rivedere) del Recovery Plan, l'effetto “incrementale” del Piano nazionale di ripresa e resilienza dovrebbe tradursi in un incremento del Pil pari a circa 3 punti percentuali. La sfida è provare a elevare l'asticella della crescita, ma ciò potrà avvenire solo a patto di realizzare puntualmente e senza ritardi l'intero programma di riforme strutturali (peraltro atteso da anni), con priorità assoluta alla giustizia, al fisco e alla pubblica amministrazione, con un percorso che dovrà marciare in parallelo con la finalizzazione di un piano di investimenti declinato secondo le priorità indicate dalle linee guida della Commissione europea (transizione verde e riconversione digitale).


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